
Salari che perdono potere d’acquisto, lavoratori sempre più anziani e un sistema di welfare sotto pressione. Sono alcuni dei temi affrontati con la professoressa Ombretta Dessì, professoressa associata diritto del lavoro nel Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Cagliari, in un’intervista a Radio Kalaritana.
Professoressa, partiamo dal dato più evidente: secondo le rilevazioni Istat e Ocse i salari hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto. Come si spiega questo fenomeno?
Si tratta di un dato confermato da più fonti. I salari nominali negli ultimi sei o sette anni sono cresciuti molto poco, mentre i prezzi sono aumentati in maniera decisamente più rapida. In sostanza si lavora quanto prima, se non di più, ma con lo stesso stipendio si riesce ad acquistare meno.
Quali sono le cause principali?
La prima è certamente l’inflazione, cresciuta in modo importante dal 2021 in poi a causa della pandemia e successivamente della guerra in Ucraina. Oggi anche le tensioni in Medio Oriente stanno producendo nuovi rincari, soprattutto nel settore energetico e nei derivati del petrolio.
Che effetti produce l’inflazione sui salari?
Quando l’inflazione cresce rapidamente, i prezzi aumentano subito, mentre gli stipendi restano invariati. Successivamente l’inflazione può anche rallentare, ma i prezzi non tornano indietro. Questo crea un primo squilibrio molto forte.
C’è poi il tema dei contratti collettivi.
Sì, ed è un problema strutturale italiano. I rinnovi contrattuali spesso arrivano con anni di ritardo, soprattutto nel settore privato. Siccome gli aumenti salariali dipendono proprio dai rinnovi dei contratti collettivi, il ritardo impedisce agli stipendi di adeguarsi tempestivamente e in corrispondenza dell’aumento del costo della vita.
Quindi si crea un doppio divario.
Esatto: un divario temporale, perché i prezzi aumentano subito mentre i salari crescono lentamente, e un divario quantitativo, perché spesso gli aumenti retributivi coprono solo in parte l’inflazione.
Quali altri fattori incidono?
Un elemento centrale è la bassa produttività del lavoro, fenomeno che in Italia esiste da decenni. Se la produttività non cresce, anche gli stipendi reali faticano ad aumentare. Inoltre il mercato del lavoro italiano fa largo uso di contratti atipici, part-time involontario e lavoro a chiamata, soprattutto nei settori a basso valore aggiunto come il turismo. Tutto questo comprime ulteriormente i salari medi.
Secondo i dati cresce anche il numero dei lavoratori over 50. Come mai?
Anche questo è un fenomeno strutturale. L’Italia è uno dei Paesi più anziani al mondo: nascono pochi bambini e aumenta progressivamente il peso degli over 50 sul totale degli occupati.
Quanto hanno inciso le riforme pensionistiche?
Moltissimo. La riforma Monti-Fornero del 2011, insieme alle precedenti, ha innalzato l’età pensionabile e introdotto requisiti contributivi più rigidi. Il risultato è che molte persone restano nel mercato del lavoro molto più a lungo.
Anche le donne oggi rimangono più a lungo occupate.
Sì, molte donne che in passato uscivano dal lavoro per motivi familiari oggi continuano a lavorare o rientrano dopo alcuni anni. A questo si aggiunge una necessità economica crescente: con pensioni meno generose e salari stagnanti, molte persone scelgono di restare attive più a lungo per mantenere il proprio tenore di vita.
Le aziende tendono inoltre a trattenere i lavoratori più esperti.
Soprattutto in alcuni settori sì. Le imprese preferiscono spesso mantenere lavoratori altamente qualificati piuttosto che investire nella formazione di giovani. È un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, ma nel nostro Paese pesa particolarmente.
Il problema quindi non è l’età dei lavoratori.
Assolutamente no. Il vero problema è che manca una politica capace di valorizzare questa forza lavoro esperta trasformandola in una risorsa e, contemporaneamente, favorire davvero l’ingresso dei giovani.
La Sardegna rischia di diventare una società incapace di sostenere il proprio welfare?
Il rischio esiste, ma non è un destino inevitabile. La Sardegna vive una combinazione delicata: bassa natalità, forte invecchiamento della popolazione ed emigrazione giovanile. Tutto questo riduce il numero delle persone attive che finanziano il sistema attraverso tasse e contributi.
Quali conseguenze può avere?
Un welfare più costoso e più sotto pressione. Crescono i costi sanitari e assistenziali mentre diminuiscono i contribuenti attivi. Inoltre nelle aree interne lo spopolamento rende sempre più difficile mantenere servizi essenziali come scuole, trasporti e presidi sanitari.
Ci sono però possibili soluzioni.
Certamente. Occorre investire sulle politiche per la natalità, trattenere i giovani con lavoro qualificato, valorizzare il lavoro digitale e gestire meglio l’immigrazione. Serve inoltre una riorganizzazione dei servizi pubblici e una forte digitalizzazione, soprattutto nella sanità territoriale.
Lei collabora anche con l’Università della Corsica. Esistono analogie con la Sardegna?
Sì, la Corsica presenta problemi molto simili ai nostri: invecchiamento della popolazione, bassa natalità e forte dipendenza dal turismo. La differenza è che riesce ad attrarre nuovi residenti dalla Francia continentale, compensando almeno in parte il calo demografico interno.
Quindi il problema non è solo numerico.
Esatto. Il tema centrale non è semplicemente avere più abitanti, ma costruire un sistema capace di essere sostenibile, produttivo e in grado di offrire prospettive alle nuove generazioni.
Qui l’intervista integrale su Radio Kalaritana.

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