
Una popolazione che continua a calare, emigrazione e immigrazione che cambiano, con tanti interrogativi sullo sfondo. Nella giornata di ieri, lunedì 25 maggio, è stato presentato l’ultimo Rapporto METE intitolato «Arrivi, partenze e percorsi migratori. Capire i dati per interpretare la realtà», lavoro curato dal CREI ACLI Sardegna. A presentarlo ai microfoni di Radio Kalaritana è stato Vania Statzu, direttrice dello Iares – Istituto Acli per la ricerca e lo sviluppo – e responsabile del Rapporto METE per CREI ACLI Sardegna.
«Come negli anni passati dobbiamo certificare che la popolazione della Sardegna continua a calare – ha sottolineato Statzu – Quest’anno perdiamo circa 7800 residenti, un po’ meno dello scorso anno a causa del saldo migratorio interno e con l’estero positivi. Tuttavia, siamo la regione in cui si fanno meno figli in assoluto, abbiamo il tasso di fertilità più basso in Italia e uno dei più bassi in Europa. Questo è un grosso problema, considerando che al primo gennaio 2026 siamo la regione italiana con il più basso numero di under 15 e le proiezioni al 2050 dell’Istat non promettono bene». Anche le origini e le storie di chi arriva in Sardegna cambiano. «Continuiamo a essere la regione che ospita la più grande comunità kirghisa, mentre stanno calando le comunità “storiche” come quella nigeriana, senegalese e marocchina, e dall’altra parte aumentano le persone che arrivano dal Bangladesh e dal Pakistan – ha richiamato ancora Statzu – Questo ci dice anche dei motivi per cui si arriva nell’isola, ovvero il lavoro, soprattutto nella cura della persona, nel commercio e nell’agricoltura. Altro elemento che traina l’immigrazione in Sardegna è il turismo, soprattutto guardando al caso della Gallura, con una popolazione più giovane e più residenti stranieri». Nel frattempo, i sardi comunque continuano ad andare via dall’isola soprattutto in età lavorativa. «I sardi continuano a spostarsi verso l’estero, sono passati dai 128mila del 2023 agli oltre 133mila del 2025. Il 70% dei residenti all’estero ha tra i 18 e i 64 anni, persone il cui contributo in Sardegna potrebbe essere importante. A questo si aggiunge il dato degli universitari che si spostano per studiare fuori, che si aggirano attorno al 15% circa di chi si è iscritto all’università: un dato più basso rispetto al passato, che nasconde le difficoltà delle famiglie nel supportare l’esperienza accademica fuori dall’isola. Sul fronte istruzione, il problema grosso è però quello delle competenze, perché continuiamo ad avere un tasso alto di ragazzi che non raggiungono l’obbligo scolastico e in cui la dispersione cosiddetta implicita, quella dei ragazzi di terza media che conseguono il titolo senza avere le competenze che ci si aspetterebbe da chi ha fatto quel percorso scolastico, è una realtà evidente».
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