
In Sardegna il numero dei giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi continua a restare troppo elevato. Un fenomeno che, pur mostrando segnali di miglioramento rispetto agli anni più difficili della crisi economica, continua a rappresentare una delle principali fragilità strutturali dell’Isola. A evidenziarlo sono sia il report del Centro Studi Giannetto Lay della CISL Sardegna, «Giovani, competenze e lavoro: la lunga transizione incompiuta della Sardegna», sia gli ultimi dati ISTAT.
Nel 2024 i Neet tra i 15 e i 29 anni raggiungono in Sardegna il 17,8%, una percentuale superiore sia alla media italiana, pari al 15,2%, sia a quella europea, che si attesta intorno all’11%. Numeri che restano preoccupanti soprattutto nei territori più fragili: Sud Sardegna registra il 21,4%, Nuoro il 20,4%, Oristano il 18,1%, Cagliari il 17,5% e Sassari il 14,5%.
«Il problema – dichiara Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna – non è soltanto quanti siano i Neet. Il problema è cosa ci stanno dicendo questi numeri sulla Sardegna. Ci stanno dicendo che il sistema continua a perdere giovani, competenze e capacità di costruire futuro».
Secondo il sindacato, il fenomeno è strettamente legato alle debolezze strutturali dell’economia regionale: basso livello di industrializzazione, scarsa presenza di filiere tecnologiche avanzate e ridotta capacità di creare occupazione qualificata. A questo si aggiungono livelli di istruzione inferiori alla media nazionale e persistenti difficoltà nelle competenze di base.
«Il capitale umano – conclude Ledda – è la prima infrastruttura strategica della Sardegna. Senza un investimento forte sulle competenze, sul lavoro qualificato e sulle nuove generazioni sarà difficile contrastare crisi demografica, spopolamento e debolezza produttiva».

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