
Dalla Sardegna a New York per raccontare un modello di inclusione che da oltre vent’anni mette al centro la persona con disabilità e il suo progetto di vita. Marco Espa, presidente nazionale di ABC, è stato invitato a intervenire al Civil Society Forum organizzato alle Nazioni Unite in occasione del ventesimo anniversario della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Un riconoscimento importante per un’esperienza nata nell’Isola e diventata punto di riferimento anche a livello internazionale.
«È stata una sorpresa anche per noi – ha detto Espa ai microfoni di Radio Kalaritana. Siamo stati invitati a partecipare al forum della società civile che ha preceduto la conferenza internazionale dedicata al ventennale della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. Probabilmente le reti internazionali con cui collaboriamo da anni, come l’European Social Network e altre organizzazioni europee, hanno contribuito a far conoscere il lavoro che portiamo avanti in Sardegna e in Italia».
Che cosa ha rappresentato per voi questa occasione?
È stato un momento molto significativo. Abbiamo avuto la possibilità di presentare la nostra esperienza davanti a rappresentanti provenienti da tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dall’Argentina al Giappone. Inoltre l’intervento è stato trasmesso in diretta dalla televisione delle Nazioni Unite, raggiungendo un pubblico internazionale.
Qual è stato il messaggio principale del suo intervento?
Ho cercato di spiegare che il punto di partenza non deve essere la domanda “quali servizi possiamo offrire alle persone con disabilità?”, ma piuttosto “quale vita desiderano vivere queste persone?”. È una prospettiva completamente diversa, che mette al centro la persona e il suo diritto a decidere del proprio futuro.
Un approccio che affonda le radici nell’esperienza maturata in Sardegna.
Esattamente. I piani personalizzati, la co-progettazione e la cogestione degli interventi rappresentano una palestra straordinaria che in Sardegna esiste da oltre vent’anni. Questa esperienza ci ha insegnato che non si tratta di assistenza o di beneficenza, ma di una vera pratica politica fondata sul riconoscimento dei diritti.
Lei ha sottolineato che non si tratta di una sperimentazione.
Sì, e ci tengo molto a ribadirlo. Quello che realizziamo non è un progetto sperimentale né un gesto di carità. È un modo concreto di applicare i principi della Convenzione ONU. Le persone con disabilità devono essere protagoniste delle scelte che riguardano la loro esistenza. Devono poter partecipare alla progettazione dei percorsi che le coinvolgono.
Nel dibattito internazionale si parla spesso di vita indipendente.
È un concetto importante, ma va spiegato bene. Vita indipendente non significa necessariamente vivere da soli. Noi preferiamo parlare anche di vita interdipendente. Significa avere la possibilità di scegliere dove vivere, con chi vivere e come costruire il proprio percorso esistenziale. È una visione che si contrappone a modelli nei quali sono altri a decidere cosa sia meglio per la persona con disabilità.
Qual è stata la reazione dei partecipanti al forum?
Molto positiva. Le nostre parole hanno suscitato interesse, consenso e diversi applausi. Molti Paesi stanno cercando di andare proprio in questa direzione, anche se spesso non hanno ancora realizzato concretamente questi modelli. Credo che il contributo che abbiamo portato sia stato soprattutto quello di dimostrare che queste pratiche possono funzionare e che non sono semplici teorie.

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