
Il portavoce di Unicef Italia Andrea Iacomini
Un viaggio in Ucraina, la guerra da vicino e la volontà di dare voce ai bambini. Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia è autore del libro «La forza sia con te. Cronaca di una missione in Ucraina» edito da People, in cui racconta la propria partecipazione a una missione Unicef in Ucraina. Dalla sua esperienza nasce un reportage narrativo che porta a riflettere sulla sofferenza che attraversa l’Ucraina, ma anche sulle condizioni generali dei più piccoli nel mondo.
«È stata un’esperienza in sé molto forte – ha affermato Iacomini, ospite su Radio Kalaritana – Il libro nasce da una piccola osservazione. Appena entrati in territorio ucraino dalla Moldavia abbiamo dovuto installare un’applicazione sul telefono nella quale erano contenute delle sirene che suonavano automaticamente ogni volta che eravamo a rischio di un attacco. Quando c’erano queste sirene che suonavano, noi ci nascondevamo nei bunker in tutte le zone che in quel momento rappresentavano un posto più sicuro. Quando gli attacchi finivano, suonava una seconda sirena che diceva “L’attacco è finito, la forza sia con te”. Una frase rivolta al popolo ucraino quasi come un’esortazione a ricominciare a vivere, a ripartire e ad essere forti di fronte a un quadro molto complicato».
Una situazione che si fa ancora più complicata guardando all’infanzia.
«Questi giorni in Ucraina – ha proseguito Iacomini – mi hanno messo davanti una realtà che non avevo mai visto. Malgrado avessi visto tanti paesi del mondo vittime di conflitti, di calamità e di catastrofi, non avevo mai visto da vicino la guerra. Un bambino che invece vive una guerra da vicino, come quelli con cui sono stato in quei giorni nei progetti dell’UNICEF, sono bambini profondamente violati. Ci sono 3 milioni e mezzo di bambini che non hanno la corrente elettrica, 1 milione e mezzo di bambini che non hanno l’acqua, 3.100 bambini sono stati uccisi. Sono stati bombardati ospedali, scuole: il libro racconta queste storie di vita, ma anche storie di resurrezione».
Situazioni che accomunano più bambini e bambine in diverse parti del mondo.
«Facciamo un piccolo passo indietro, è dal 1946 che il mondo non conosceva per l’infanzia un periodo peggiore – sottolinea Iacomini – Ci sono 500 milioni di bambini che vivono in 56 paesi dove si combatte di guerra, noi siamo abituati a parlare di Gaza, di Ucraina, adesso parliamo di Venezuela, ma in realtà sono tanti i posti, i luoghi dove si combatte e dove i bambini soffrono. È chiaro che la situazione di queste zone, in particolar modo anche di Gaza, è a dir poco drammatica, perché se è vero che la carestia di cui si è tanto parlato in questo momento è scongiurata, ci sono delle condizioni di vita terribili. Siamo stati profondamente rattristati per la morte di un bambino la settimana scorsa di 7 anni che è annegato durante un’alluvione in un campo improvvisato. Nel nord ovest di Gaza erano morti altri 5 bambini solo a dicembre. E sono morti perché vivono in tende, perché esposti a forti venti, perché ci sono piogge prolungate, perché il territorio è completamente distrutto e quindi le famiglie vivono in situazioni di rischio enorme e a pagare le spese sono questi poveri bambini. Lo voglio ripetere: sono situazioni di morte evitabili, ma noi li abbiamo consegnati ad una situazione dove la pioggia, il vento, le temperature gelide di fatto hanno rilegato 100 mila famiglie nei rifugi di fortuna. L’inverno in questo momento insieme ai bombardamenti in alcune zone del mondo, penso per esempio anche all’Ucraina, è il secondo fattore di crisi per l’infanzia, ecco perché noi come Unicef interveniamo con i nostri operatori proprio per cercare di ovviare a queste situazioni.
Un impegno che continua nonostante l’indebolimento del settore.
«Siamo presenti in 190 paesi, ci occupiamo di protezione dei bambini, di riportarli a scuola, di fornire kit igienico sanitari, di lottare contro il grande male che continua ad attanagliare questi bambini di questo periodo che è la malnutrizione: ci sono a oggi 170 milioni di bambini malnutriti cronici e 45 milioni gravi. Con il nostro staff, questi operatori umanitari che vivono, malgrado i tagli alla cooperazione, anni interi in questi paesi, cerchiamo di fare il possibile, cioè di raggiungere i raggiungibili e di raggiungere quei bambini invisibili di cui non parla nessuno».
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