Diànoia

La croce come orizzonte della speranza Su Diànoia di questa settimana, monsignor Baturi commenta le parole del Papa dopo la tragedia di Crans-Montana

Giovedì scorso, 15 gennaio, Papa Leone XIV ha incontrato i familiari dei ragazzi morti a Crans-Montana e alcuni dei giovani rimasti feriti in quell’incidente improvviso, che ha profondamente colpito per le sue modalità e per la giovane età delle vittime, in una tragedia che poteva essere evitata.

Le parole del Papa possono aiutarci non solo a vivere il dolore, ma anche a imparare come stare accanto a chi è attraversato dalla sofferenza. Nel suo intervento, Leone XIV ha indicato la croce di Cristo come segno di speranza: non come risposta immediata alle domande più laceranti, ma come un orizzonte dentro il quale le domande possono, poco alla volta, trovare una riconciliazione.

Guardare alla croce di Cristo significa scoprire il fondamento della nostra speranza, anzitutto perché essa è il luogo della massima condivisione di Dio con la condizione umana. In Gesù crocifisso, Dio ha condiviso il destino dell’uomo, l’esperienza del limite, del dolore, dell’abbandono, aprendo l’umano all’infinito e all’eterno.

Dalla croce nasce così il desiderio della condivisione con chi soffre, con chi attraversa una prova grave. La prova fondamentale, infatti, è sempre quella della ricerca di un significato: perché, Signore, hai permesso questo? Perché non sei intervenuto? Perché a me? Perché a questi ragazzi? In questo interrogare, la sofferenza diventa dialogo tra la persona e Dio.

Il Papa ha ricordato che tutte queste domande sono state assunte da Gesù sulla croce, in quel grido che attraversa la storia e scuote il mondo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Dal profondo di questo abbandono fiducioso nasce l’esperienza della condivisione di Cristo con tutti gli interrogativi dell’umanità, interrogativi che il Figlio di Dio trasforma in dialogo e in attesa di una risposta.

È così che la Chiesa si fa vicina a chi soffre: condividendo le domande, aiutando a guardare a quel Dio che ha preso su di sé ogni dolore e ogni possibile interrogativo umano.

In secondo luogo, Papa Leone XIV ha esortato a non abbandonare mai la certezza dell’amore di Cristo, dal quale nulla può separarci. Proprio nei momenti più bui e dolorosi della vita, le luci arrivano spesso attraverso esperienze di amore: la compagnia, la vicinanza, la tenerezza, il non sentirsi abbandonati.

Così come Cristo si fa vicino alla nostra vita, così la Chiesa e i credenti sono chiamati a farsi vicini a coloro che soffrono. Non esistono parole o risposte che non siano sostenute da una prossimità vera, capace di amore. «Tutta la Chiesa – ha detto il Papa – porta con voi questo dramma».

Una vicinanza che, in questi giorni, si è espressa anche attraverso l’attenzione alle parole pronunciate nelle omelie, alla celebrazione dell’Eucaristia, ai segni concreti con cui la comunità cristiana abita il dolore degli uomini: gesti di tenerezza e di amore che rendono visibile l’amore di Cristo, dal quale nulla può separarci.

C’è infine un ultimo aspetto, particolarmente luminoso. Il Papa ha ricordato che sulla croce Cristo, vero Dio e vero uomo, si affida con fiducia alla volontà del Padre e consegna la sua vita. Una risposta ci sarà: il Padre risponderà al grido del Figlio tre giorni dopo. Prima di quel momento c’è lo spazio dell’attesa, di una speranza carica di memoria e di amore, che però chiede pazienza.

È un invito a vivere il dolore dentro questa pazienza. «Come Maria – ha detto il Papa – saprete attendere nella notte della sofferenza, con la certezza della fede che un giorno nuovo sorgerà e ritroverete la gioia».

La speranza di Cristo morto e risorto ci insegna ad assumere il peso, ma anche la preziosità del tempo: uno spazio di pazienza che, nella fede, diventa fiducia, diventa certezza che il Signore risponderà, diventa attesa di un giorno nuovo che solo Dio può far sorgere, Lui che può richiamare alla vita anche chi è morto.

di Giuseppe Baturi
+ Arcivescovo


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