
1 febbraio 2026 – IV domenica del tempo ordinario – Anno A
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Dalla folla al monte: uno sguardo che chiama
Dopo le prime pagine dense di movimento – il battesimo al Giordano, le tentazioni nel deserto, l’annuncio in Galilea e la chiamata dei discepoli – Matteo cambia ritmo. Al dinamismo del cammino e della predicazione con il quale si conclude il capitolo precedente, segue un gesto che richiama attenzione e raccoglimento. Gesù, “vedendo le folle”, sale sul monte, si siede e inizia a parlare. Non è solo un cambio di scenario: è l’inizio di un discorso fondativo.
L’approccio pastorale di Gesù: vedere, salire, sedersi, insegnare
Sono quattro i verbi che Matteo usa per descrivere questo passaggio: vedere, salire, sedersi, insegnare. Verbi semplici, ma fondamentali. Gesù vede le folle: il suo sguardo non è generico, ma pastorale, carico di compassione e di desiderio di guida. Poi sale sul monte: si mette in una posizione che richiama l’Alleanza, è l’annuncio di una parola e di una legge nuova che però è radicata delle antiche promesse. Si siede: è il gesto del maestro che insegna con autorevolezza, senza urlare. Infine, parla insegnando: non per intrattenere, ma per formare, per costruire una comunità capace di vivere secondo il Vangelo.
Ma attenzione: lo sguardo è sulle folle, sebbene i destinatari immediati siano i discepoli: “si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. Non tutti, ma chi vuole davvero ascoltare. È già una prima indicazione: le beatitudini non sono slogan per folle entusiaste, ma parole da meditare in profondità, rivolte a chi desidera camminare davvero dietro al Maestro.
Le beatitudini: non un manifesto etico, ma una rivelazione
Il discorso che si apre con le Beatitudini non è un elenco di consigli morali o un codice per “essere bravi cristiani”. È molto di più. È il ritratto del Regno che viene, la descrizione di una umanità trasfigurata. Più che un imperativo (“siate poveri”, “siate miti”…), è un indicativo profetico: “Beati voi”. Come a dire: se vivete così, siete già dentro il Regno; e se il vostro cuore è altrove, convertitevi, perché lì c’è il segreto della vera felicità.
Non a caso, l’inizio e la fine delle Beatitudini condividono la stessa promessa: “di essi è il Regno dei cieli”. È come un’inclusione, una cornice che contiene tutto il resto. Le otto beatitudini centrali – con l’aggiunta finale rivolta direttamente all’ascoltatore – non descrivono semplicemente categorie di persone, ma orientano lo sguardo su una logica altra, quella di Dio.
Uno stile di vita che nasce dalla fede
I “poveri in spirito” non sono solo i poveri economici, ma coloro che sanno di non bastare a se stessi. I “miti” non sono remissivi, ma capaci di non rispondere alla violenza con la violenza. “Chi piange” non è semplicemente chi soffre, ma chi sa attraversare il dolore senza disperare. “Chi ha fame e sete di giustizia” non è un idealista, ma un assetato di verità. I “misericordiosi” sono coloro che non si fermano al giudizio. I “puri di cuore” non sono ingenui, ma liberi da doppiezze. Gli “operatori di pace” costruiscono relazioni anche dove sembrano impossibili. I “perseguitati” testimoniano che la verità può costare, ma vale sempre.
Questa non è una lista per “eroi”, ma la descrizione di un discepolato possibile, che nasce dalla consapevolezza di essere figli. Solo chi ha accolto il Vangelo può vivere secondo questo stile. Le Beatitudini, in fondo, non si capiscono a partire dall’etica, ma dalla fede.
“Patti chiari, amicizia lunga”
Il contesto liturgico ci aiuta a cogliere il senso profondo di questa pagina. Siamo all’inizio del tempo ordinario, e Gesù inaugura la sua predicazione con parole limpide e radicali. Non illude nessuno: seguire il Vangelo non significa evitare la fatica, ma trovare in essa la vera beatitudine. È come se Gesù dicesse: “Questo è il Regno, questa è la strada. Se vuoi camminare con me, preparati a piangere, a essere insultato, a farti ultimo. Ma sappi anche che lì, proprio lì, comincia la felicità vera”.
Non è uno stile accomodante. È Vangelo. “Patti chiari, amicizia lunga”: le Beatitudini sono la prima dichiarazione pubblica del Regno, e non nascondono il prezzo della sequela.
Non un sermone da funerale
Capita spesso di ascoltare questo testo nelle celebrazioni delle esequie. È comprensibile, perché le Beatitudini parlano di consolazione, di giustizia, di risurrezione. Ma guai a relegarle solo a quei momenti. Sarebbe come svuotarle della loro forza profetica.
Queste parole non sono per chi non c’è più, ma per chi vive. Non vanno lette con tono mesto, ma con passione e lucidità. Sono una carta d’identità per i discepoli, un invito a vivere già ora la logica del Regno. Non promettono evasione dal presente, ma luce dentro il presente.
Una parola che chiede spazio
Gesù ha appena iniziato a camminare con i discepoli, ma già chiarisce cosa significa seguirlo. Non basta ascoltarlo: bisogna lasciarsi trasformare. Le Beatitudini non sono un’utopia da ammirare, ma una via da percorrere. Per questo il monte non è solo un luogo geografico: è un simbolo della salita spirituale, della fatica necessaria, del desiderio di qualcosa di più grande.
Salire con Gesù sul monte delle Beatitudini significa fare spazio a una logica diversa da quella del mondo. Una logica che può sembrare perdente, ma che è la sola capace di dare senso alla vita.
Don Giulio Madeddu
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