
Il segretario della Cisl Pier Luigi Ledda | Foto Facebook CISL sarda
Hanno una busta paga, ma i soldi finiscono molto prima della fine del mese. Sono i lavoratori poveri, una condizione che in Sardegna riguarda un occupato su tre e che racconta un mercato del lavoro segnato da bassi salari, precarietà diffusa e carriere frammentate. Un fenomeno tutt’altro che nuovo, ma che nell’Isola assume contorni sempre più preoccupanti.
A lanciare l’allarme è il segretario generale della Cisl Sardegna, Pier Luigi Ledda, che punta il dito sulla qualità dell’occupazione. «Parliamo di un lavoro caratterizzato da una forte precarietà – spiega –. Tra le nuove assunzioni, i contratti stabili superano di poco l’11%. In tutti gli altri casi, quasi nove su dieci, il reclutamento è a termine o avviene con forme di lavoro discontinuo». Una dinamica che incide direttamente sui redditi e sulla possibilità di costruire percorsi professionali solidi.
Per questo il sindacato chiede un cambio di passo alla Regione. «Serve un modello stabile e strutturale di politiche attive – sottolinea Ledda – che tenga insieme occupazione, competenze, qualità del lavoro e sostenibilità delle pensioni. Non basta creare posti: occorre che generino redditi adeguati, carriere piene e contributi solidi». In caso contrario, avverte, «la Sardegna rischia di consolidare un mercato duale: più occupati ma più fragili, più ingressi ma meno diritti, più buste paga ma con meno valore».
I dati confermano il quadro. Secondo il rapporto Bes dei territori, pubblicato dall’Istat a fine 2025, la retribuzione media annua in Sardegna è pari a 17.642 euro, circa seimila in meno rispetto alla media nazionale. A pesare è anche il divario di genere: nel lavoro dipendente il 45% delle donne ha un contratto precario. Numeri che raccontano un’emergenza silenziosa, fatta di occupazione senza sicurezza economica.
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