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Baturi: «La famiglia è il primo luogo dell’educazione» Nella rubrica Dianoia, l’Arcivescovo riflette sulla responsabilità primaria dei genitori nel percorso educativo dei figli e sulla necessità di superare la solitudine delle famiglie attraverso una corresponsabilità comunitaria.

Il tema dell’educazione richiama in primo piano la responsabilità della famiglia e dei genitori. È un tema che emerge spesso in modo drammatico quando si verificano gesti gravi compiuti da ragazzi e i genitori appaiono sconcertati, incapaci di spiegare o di comprendere. È il segno di un disagio profondo, ma anche di un grande imbarazzo educativo.

Per la Chiesa la responsabilità primaria e insopprimibile dell’educazione appartiene alla famiglia. Non può essere negata. I regimi totalitari hanno spesso cercato di sostituirla, affermando che il primo soggetto educativo fosse lo Stato, chiamato a formare i giovani secondo criteri ideologici. Al contrario, riconoscere che i genitori sono i primi titolari dell’educazione significa affermare un dato di evidenza, riconosciuto anche dalle dichiarazioni sui diritti umani e radicato nella tradizione cristiana.

Dio crea la vita e la affida a chi può farla crescere e introdurla nel mondo. L’essere umano entra nella storia attraverso una catena di memoria, di lavoro e di gratitudine che non è solo biologica, ma profondamente educativa. San Tommaso d’Aquino usava un’immagine efficace: come la vita naturale ha bisogno dell’utero materno, così la crescita di un ragazzo ha bisogno di un “utero spirituale”, che è anzitutto l’amore tra il padre e la madre.

Educare è quindi un’esperienza relazionale, fatta di amore, di condivisione della vita e del destino. Questo implica la corresponsabilità di entrambi i genitori, la continuità e la fedeltà nel tempo. Spesso le incertezze e le paure dei ragazzi riflettono i turbamenti della vita familiare. È una responsabilità gravosa, ma anche un diritto e un dovere irrinunciabile.

Papa Francesco ha ricordato che gli altri soggetti educativi, a partire dalla scuola, sono collaboratori della famiglia, chiamati ad aiutarla a superare la solitudine educativa. Oggi le famiglie si trovano spesso sole di fronte a pressioni culturali provenienti dai media e dai social. Per questo è decisiva la collaborazione con la scuola, con la parrocchia, con le esperienze ecclesiali e con le associazioni familiari.

Superare la solitudine delle famiglie significa riscoprire la dimensione comunitaria dell’educazione, nella quale il ragazzo impara ad allargare l’esperienza originaria della famiglia a una vita sociale fondata sulla solidarietà e su un bene condiviso.


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