CONFERENZA

Baturi: «Seguire Cristo è abbandonarsi al suo amore» L'arcivescovo ha fatto il punto sul tema del Martirio nell'ambito della festa patronale di Sant'Eulalia

Non esiste un martirio lontano dalla vita, né una testimonianza cristiana riservata a pochi eroi irraggiungibili. È questo il cuore della riflessione proposta dall’arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, durante la conferenza «Il Martirio», tenutasi nella parrocchia cagliaritana di Sant’Eulalia nell’ambito dei festeggiamenti patronali. Un incontro che ha invitato a rileggere il martirio non come evento eccezionale e distante, ma come chiave profonda per comprendere il senso stesso della vita cristiana. I martiri, ha sottolineato l’Arcivescovo, «non muoiono per un’idea astratta o per un ideale romantico. Come Gesù, non subiscono semplicemente la morte, ma la attraversano come atto di consegna totale. La loro fine non è una sconfitta, ma una rivelazione: indica come vivere, prima ancora che come morire. Per questo non possono essere considerati figure lontane dalla nostra esperienza quotidiana. Al contrario, parlano alla vita concreta, alle sue scelte, alle sue crisi, alle sue fedeltà». Il rischio, ha osservato monsignor Baturi, è quello di trasformare i martiri in personaggi eccezionali, quasi irraggiungibili, finendo così per neutralizzare la forza della loro testimonianza. «In realtà – ha precisato û essi sono coloro che hanno consegnato tutto: le Scritture, la tradizione, la parola stessa, lasciandola nelle mani di Dio. Il tradimento, allora, non è solo un gesto clamoroso, ma ogni volta che il bene viene svenduto al potere, alla paura o alla distanza. È una tentazione sempre attuale, che attraversa la storia e la vita di ciascuno«. Eppure, anche di fronte al tradimento, il cristianesimo annuncia una possibilità che non viene mai meno: nessuna colpa è definitiva. Non esiste una distanza così grande da impedire il perdono. «La Chiesa – ha ricordato l’Arcivescovo – non nasce per separare gli “eroi” dai “fragili”, ma per abbracciare. Per questo i martiri non giudicano dall’alto, ma restano accanto. Sono amici che intercedono, presenze vive che continuano a sostenere il cammino dei credenti». La storia dei martiri, dunque, non è un racconto edificante o un’esagerazione spirituale. È la verifica concreta di una vita trasformata dall’incontro con Cristo. Una verità che convince proprio perché passa attraverso corpi, relazioni, affetti, paure, decisioni irreversibili. Come ha ricordato il Concilio Vaticano II, ciò che attrae l’uomo è la bellezza: ed è la bellezza di una vita donata a rendere credibile la fede. «Seguire Cristo – ha ribadito l’Arcivescovo – significa allora imitarlo non in modo astratto, ma lasciarsi coinvolgere dal suo stesso amore. Un amore che non elimina le crisi del nostro tempo – sanitarie, spirituali, sociali – ma le attraversa senza rinnegare la vita. È qui che il martirio incontra la quotidianità: nel lavoro, nella famiglia, nell’educazione, nelle responsabilità civili ed ecclesiali. Ogni credente è chiamato a “rendere ragione della speranza” che abita la propria esistenza». In questo senso, il martirio non appartiene solo ai primi secoli o a contesti di persecuzione esplicita. Esiste anche un martirio silenzioso, che si consuma nella fedeltà quotidiana, nelle scelte difficili, nella carità che non arretra. Una testimonianza che non cerca la morte, ma afferma con forza la vita, perché radicata nell’amore di Dio. «Non confidiamo in noi stessi, ha ricordato monsignor Baturi, ma nell’amore di Dio che non viene meno. Ed è questo amore – ieri come oggi – a rendere possibile una vita pienamente umana, capace di attraversare la fragilità senza perdere la speranza».

Pubblicato su Kalaritana Avvenire


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