L'intervista

Capuzzi (Avvenire): «In Iran l’ennesimo capitolo di una guerra infinita» Le parole su Radio Kalaritana dell'inviata di Avvenire a Gerusalemme

Un bombardamento israeliano su Beirut | Foto Avvenire

Il conflitto in Iran continua senza interruzioni, con l’attacco israelo-statunitense che ha portato alla reazione di Teheran e al successivo allargamento della guerra, con la giornata di martedì 3 marzo che ha visto, per ultimo, l’inizio delle operazioni terrestri nel fianco meridionale del Libano da parte dell’esercito di Tel Aviv. Su quanto accaduto a partire da sabato 28 febbraio, ai microfoni di Radio Kalaritana, è intervenuta Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire, al momento a Gerusalemme.

«Ci troviamo nell’ennesimo capitolo di questa guerra infinita che va avanti da due anni e mezzo con momenti più intensi e forse questo è il più intenso tra tutti – ha affermato Capuzzi – Può apparire un dejà-vu di quanto accaduto a giugno, ma è molto più grave la situazione perché l’intera regione è in fiamme e perché la guerra si estende e si dilata nel tempo come abbiamo visto dalle dichiarazioni di Trump e Netanyahu, che ha mobilitato oltre 100mila riservisti e dal riaccendersi del fronte libanese che però è solo uno dei fronti di un conflitto che interessa tutta la regione del Golfo. Quello che si vede è un grande caos e una grande tensione. La domanda è come faccia Israele, anche psicologicamente ed emotivamente, a reggere un nuovo periodo di guerra dopo l’operazione prolungata su Gaza dopo l’attacco di Hamas. Oggi Gerusalemme è deserta, blindata: rispetto a giugno Gerusalemme è più nel mirino, le esplosioni stanno arrivando vicino alla Città vecchia». Piani poco chiari, cambi di linea e contraddizioni nel giro di poche ore hanno dimostrato la complessità della situazione anche per l’amministrazione statunitense di Donald Trump. «Trump sperava, galvanizzato da quanto accaduto in Venezuela, che uccidere Ali Khamenei fosse sufficiente per sgretolare il regime iraniano, che però è una struttura di potere molto più complessa, sia dal punto di vista delle strutture materiali, sia dal punto di vista ideologico – ha precisato Capuzzi – Probabilmente la sua illusione si è rivelata nel giro di 24 ore, tanto che è passato dal dire che ciò che rimaneva degli Ayatollah avrebbero voluto parlare con lui ad ammettere che la guerra sarebbe stata prolungata e addirittura a ventilare un’ipotesi di un intervento via terra, esattamente ciò che in campagna elettorale aveva criticato ferocemente ai predecessori». In un contesto sempre più polarizzato e che lascia poco spazio per comprendere le dinamiche sociali, la narrazione del conflitto si fa ancora più complessa. Ma la necessità resta quella di partire dal racconto delle persone e delle vittime. «Cosa significa narrare il conflitto dal punto di vista delle persone? Vuol dire rendere conto che è una complessità e non ridurre le vittime solo a numeri, che è un po’ la tentazione in questo momento. Parlavo con un’amica iraniana che vive in Italia, che però ha il marito in Iran che mi diceva “hanno sganciato duemila bombe, ma quante sono 2mila bombe? Io non ho notizia di mio marito da due giorni, stanno distruggendo il mio quartiere”. Significa, dunque, rimettere al centro queste vite umane che vengono continuamente sprecate, tra l’altro senza un obiettivo preciso, perché non si vede ciò che si vuole con quest’ennesimo intervento se non seminare caos in un mondo che ne ha già a sufficienza»


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