
(foto www.lastampa.it)
All’approssimarsi della data canonica dell’8 Marzo, vera pietra d’inciampo annuale per riflettere sulle disuguaglianze di genere ancora da colmare, lo spazio per le celebrazioni dovrebbe essere quantomeno condiviso con quello da dedicare a una seria riflessione sul tema della “cura”, ossia della postura e della pratica che rende possibile la vita comune, ma che altrettanto comune non è nel suo contenuto di obbligazione asimmetricamente distribuita tra uomini e donne. Mettere al centro del discorso pubblico questa parola così pregnante è un’urgenza sociale, volta non certo a sminuirne il valore, quanto a ridefinirne la responsabilità istituzionale tra dimensione pubblica e privata, tra Stato, mercato, terzo settore e famiglie, tra welfare e doveri formali e informali innestati nei rapporti di parentela, segnati da sbilanciamenti claudicanti tra generi e generazioni.
La cura è ciò che ci strappa alla solitudine della vulnerabilità e ci riconsegna alla reciprocità. È il gesto che ci lega nel tempo, che segue “le linee del sangue”, ma anche quelle dell’affinità elettiva.
È, per dirla con Franco Battiato, ciò che promette: “Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie”, ciò che custodisce e accompagna, ciò che “supera le correnti gravitazionali”. La cura è un dono che costruisce legami e senso. Ma proprio perché è fondativa, la cura non può restare un destino assegnato. In Italia continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne, sulla base di una presunzione essenzialista: che la postura “naturale”, attesa e dovuta delle donne sia quella dell’accudimento, dei lavori di retrovia, della disponibilità illimitata di tempo, interesse, affettività. I numeri lo confermano: le donne italiane dedicano al lavoro non retribuito circa il doppio del tempo degli uomini e svolgono oltre il 70% delle ore di cura. Si stimano circa 7 milioni di caregiver informali, in larga parte donne, spesso in regime di coresidenza. Il modello resta familistico, con un welfare pubblico ancora insufficiente; quando la non autosufficienza si fa grave, si ricorre a badanti, componendo un sistema misto tra cura familiare e mercato privato.
Questa asimmetria non è neutra. Ha effetti concreti sulle carriere, sui redditi, sulle pensioni, sulla libertà personale. Come ha mostrato Chiara Saraceno, la dipendenza dalla cura e la responsabilità di fornirla sono rimaste a lungo nascoste nella divisione tra famiglia e collettività e tra uomini e donne, indebolendo la stessa cittadinanza sociale. La cura è stata trattata come un obbligo morale più che come un lavoro socialmente produttivo di valore. Ed è qui la trappola: che lavoro è quello che “si deve” fare per amore? Se è un dovere naturale, come riconoscerne il prezzo, il costo, il giusto valore? Il paradosso è che questa svalutazione scivola dal privato al pubblico. Anche nel mondo del lavoro, nella pubblica amministrazione e nell’università, molte attività di supporto, organizzazione, accompagnamento – essenziali ma poco visibili – continuano a essere svolte prevalentemente da donne, senza adeguato riconoscimento in termini di progressione di carriera. La cura resta attesa, non contrattata; necessaria, ma non contata.
Non si tratta di contrapporre lavoro e cura, né di negare la dimensione affettiva del prendersi cura. Si tratta di riconoscere che, se la cura è un bene comune, i suoi costi devono essere socializzati. Redistribuire la cura significa coinvolgere davvero gli uomini, rafforzare i servizi pubblici, sostenere i caregiver, riconoscere valore economico e sociale a ciò che tiene insieme la società. Significa sottrarre la cura alla retorica del sacrificio silenzioso e restituirle dignità politica. L’8 marzo 2026 può essere questo: il momento in cui, accendendo i riflettori sui dati, ci chiediamo se stiamo davvero cambiando rotta. Perché quando la cura è sbilanciata per genere e per generazione, da valore fondativo rischia di diventare carico invisibile. E allora non libera, ma limita.
Ester Cois
Delegata Prorettorale per l’Uguaglianza di Genere Università degli Studi di Cagliari, Presidente Conferenza Nazionale Organismi di Parità delle Università Italiane
Pubblicato sull’ultimo numero di Kalaritana Avvenire
Scopri di più da Kalaritana Media
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
