La Passione: il Figlio nella notte dell’abbandono Commento al vangelo della domenica delle palme (anno A) a cura di don Giulio Madeddu

29 marzo 2026 – Domenica delle palme – Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 26-27)

Gesù andò con i suoi discepoli in un podere, chiamato Getsèmani, e disse: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare».
E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me».
Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». […]
Poi disse ai discepoli: «Ecco, è giunta l’ora ed il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori». […]
Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. […]
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?».
Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase molto stupito. […]
Dopo averlo fatto flagellare, lo consegnò perché fosse crocifisso. […]
Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. […]
Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».[…]
Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».


Gesù resta Figlio anche nella notte

Con la Domenica delle Palme entriamo nel cuore del mistero pasquale. La liturgia ci fa ascoltare l’intero racconto della Passione secondo Matteo, un testo lungo e intenso, che qui non può essere commentato nei dettagli, ma va attraversato cogliendone un filo unitario.

Matteo ci consegna una chiave: l’immagine di Gesù che non subisce la Passione, ma la vive come obbedienza filiale, anche dentro la notte dell’abbandono. Si tratta di un percorso che attraversa tutto il racconto.

Getsemani: la scelta dell’obbedienza

Il primo passaggio decisivo è nel Getsemani. In questo momento Gesù non è ancora davanti ai giudici, ma davanti al Padre. Ed è proprio questo il momento della verità.

«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu». Non è una preghiera formale, ma un combattimento interiore. Gesù non nega la paura, non rimuove l’angoscia, ma sceglie di fidarsi. La sua obbedienza non è automatica: è una decisione libera, maturata dentro la lotta.

La Passione, allora, non comincia con l’arresto, ma con un “sì”. È il sì del Figlio che si affida al Padre anche quando non comprende fino in fondo il senso di ciò che sta vivendo.

I discepoli: la fragilità dell’uomo

Accanto a questo sì emerge subito un contrasto: la fragilità dei discepoli. Dormono mentre Gesù prega. Poi fuggono. Pietro, che aveva promesso fedeltà, rinnega. Giuda tradisce.

Matteo non nasconde nulla: la Passione è anche il racconto dell’infedeltà umana. Nessuno resta davvero accanto a Gesù. E tuttavia questo non interrompe il cammino del Figlio. Gesù continua a rimanere fedele anche quando l’uomo viene meno. È una parola di verità anche per noi: la nostra fragilità non annulla la fedeltà di Dio.

I processi: il silenzio del Figlio

Davanti ai capi dei sacerdoti e poi davanti a Pilato, Gesù appare disarmato. Non si difende, non argomenta, non reagisce. Il suo è un silenzio pieno. Non è debolezza, ma scelta. Non è più il momento dei discorsi, di cui il Vangelo di Matteo è particolarmente ricco, ma è l’ora di compiere ciò che è stato annunciato.

Per questo, mentre attorno a lui si moltiplicano accuse, manipolazioni e false testimonianze, Gesù resta saldo. È il Figlio che non si sottrae, che non cerca vie di fuga, che non usa il potere per salvarsi. Il suo silenzio diventa così una forma alta di testimonianza: non tutto si dimostra, non tutto si difende. A volte la verità, semplicemente, si consegna.

La croce: l’abbandono che rivela

Il momento più drammatico arriva sulla croce. Gesù grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». È il punto più basso, il vertice della notte. Non è una frase di disperazione, ma una preghiera che nasce dal Salmo 22. Gesù non smette di rivolgersi al Padre, anche quando ne sperimenta il silenzio.
Qui si rivela il cuore della Passione: Gesù resta Figlio anche nell’abbandono. Non scende dalla croce, non si sottrae, non rinnega la relazione con il Padre. E proprio lì, dove tutto sembra fallire, qualcosa si apre: il velo del tempio si squarcia, la terra trema. La morte non è l’ultima parola.

Il centurione: la fede che nasce

Il racconto si chiude con una sorpresa. Non sono i discepoli, non sono i capi religiosi, ma un pagano a pronunciare la professione di fede: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
È lo sguardo di chi vede la croce e, proprio lì, riconosce qualcosa di più grande. La fede nasce non nonostante la croce, ma attraverso di essa.

Un Vangelo che ci riguarda

La Passione secondo Matteo non è solo il racconto degli ultimi momenti di Gesù, ma una rivelazione che attraversa anche la nostra vita. Anche noi conosciamo il Getsemani delle scelte difficili, la confusione e la fragilità dei discepoli, il silenzio delle prove, la notte dell’abbandono. Eppure questo Vangelo ci consegna una certezza: è possibile rimanere figli anche nella notte.
Perché la Pasqua comincia proprio lì, dove l’uomo sembra perdere tutto e Dio continua a restare fedele.

Don Giulio Madeddu


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