
Al TsE di Is Mirrionis va in scena Sangue Nostro, spettacolo intenso e necessario che riporta alla memoria la strage di Pizzo Lungo del 2 aprile 1985, nei pressi di Trapani. Protagonista Fabrizio Coniglio, che firma anche la regia insieme ad Alessia Giuliani. Al centro, una vicenda che colpì tragicamente una famiglia innocente: quella di Margherita Asta, autrice del libro da cui lo spettacolo è tratto.
«Ho conosciuto Margherita Asta circa dieci anni fa», racconta Fabrizio Coniglio ai microfoni di Radio Kalaritana. «Mi ha colpito immediatamente la sua forza, il suo straordinario attaccamento alla vita. Ho letto il suo libro, che racconta il suo incontro con il magistrato Carlo Palermo trent’anni dopo la strage, e ho sentito l’urgenza di portare questa storia a teatro».
Che tipo di rapporto emerge tra Margherita Asta e Carlo Palermo nello spettacolo?
È un rapporto complesso e profondamente umano. Per trent’anni queste due persone non si sono mai incontrate, ed è proprio questa distanza a rendere la storia così potente.
Quella mattina del 2 aprile 1985, la famiglia Asta stava semplicemente accompagnando i figli all’asilo. Una scena quotidiana, comune a tante famiglie. Ma lungo quella stessa strada transitava anche l’auto blindata del magistrato Palermo, obiettivo dell’attentato mafioso.
L’autobomba esplode e la famiglia Asta fa da scudo: viene travolta dalla deflagrazione, mentre Palermo si salva. È una tragedia segnata da una casualità terribile, quasi incomprensibile.
Il teatro, quindi, diventa uno strumento per elaborare questa tragedia?
Sì, perché il teatro ha una dimensione epica. Racconta storie che interrogano il destino, il dolore, la sopravvivenza. Qui c’è una persona che vive perché un’altra famiglia è morta al suo posto.
L’incontro tra Margherita Asta e Carlo Palermo avviene trent’anni dopo: lei, ormai adulta, sente il bisogno di conoscere ogni dettaglio. Non solo per capire, ma per sopravvivere al dolore.
Qual è il significato più profondo di questo incontro?
È l’incontro tra due forme diverse di dolore. Da una parte Palermo, con il peso del senso di colpa; dall’altra Margherita, che deve imparare a convivere con una perdita devastante.
Lei non fugge dal dolore: lo affronta, lo attraversa, per non restare imprigionata — come dice spesso — in quello che definisce “l’ergastolo del dolore”. La memoria diventa così uno strumento di giustizia.
La storia colpisce anche perché riguarda una famiglia qualunque…
Esattamente. Non parliamo di magistrati, giornalisti o forze dell’ordine, ma di una famiglia normale. Ed è questo che rende tutto ancora più forte: quando un territorio è segnato dalla presenza mafiosa, nessuno è davvero al sicuro.
È una sorta di tragica roulette russa che può colpire chiunque.
Il titolo «Sangue Nostro» è particolarmente evocativo. Da dove nasce?
Nasce da una frase di Margherita Asta bambina. Dopo la strage, passando vicino al luogo dell’esplosione, vede una macchia di sangue su un muro e chiede al padre: “Papà, ma è sangue nostro?” .Il padre annuisce in silenzio. È un momento di una potenza devastante, che racchiude tutto il senso dello spettacolo.»
Che tipo di messaggio vuole lasciare al pubblico?
Che questa storia riguarda tutti noi. Non è qualcosa di lontano o confinato nel passato. È memoria collettiva, è responsabilità condivisa. “Sangue Nostro” è un invito a non dimenticare, a riconoscere che ciò che è accaduto appartiene a ciascuno di noi.
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