Guerra in Medio Oriente

«Qui a Beirut si vive giorno per giorno: nessuno sa cosa accadrà domani» Parla Osvaldo Garcia, responsabile Ufficio Progetti e Sviluppo sociale del Vicariato apostolico: a maggio la visita a Cagliari

La situazione in Libano resta sospesa tra tregua e incertezza. A raccontarlo è Osvaldo Garcia, Responsabile Ufficio Progetti e Sviluppo Sociale del Vicariato Apostolico di Beirut, che, ai microfoni di Radio Kalaritana, descrive una quotidianità segnata da precarietà e attesa.

Com’è la situazione oggi a Beirut e nel Sud del Paese?
È difficile dirlo in modo netto, perché ogni giorno è diverso dall’altro. La tensione resta alta. Io sono stato ieri con mia sorella in un rifugio nel patriarcato melchita, dove hanno accolto famiglie arrivate dal Sud: sono ancora tutte lì, non possono rientrare.

Eppure c’è un cessate il fuoco. Non basta a garantire il ritorno?
Alcuni hanno provato a tornare nei villaggi, soprattutto gli uomini. Ma sono rientrati subito: mi hanno mostrato foto, è tutto distrutto. Non c’è acqua, elettricità, comunicazioni. Le strade principali, i ponti, sono devastati. Si arriva solo attraverso percorsi alternativi, difficili. Ma anche arrivando, non si può vivere lì.

Qual è il clima che si respira in città?
È un’attesa continua. Nessuno si muove, tutti restano fermi a capire cosa succederà. Camminando sul lungomare, dove prima correvo, le persone mi fermano: molti stranieri sono andati via e si stupiscono di vedermi. Qualcuno pensa che sia tutto finito, ma in realtà nessuno sa davvero cosa accadrà.

Qual è la condizione delle famiglie sfollate?
Ci sono centinaia di famiglie accampate, anche 600 solo in una zona. Vivono in tende, senza servizi. Ho parlato con loro: dicono che è tutto distrutto e che ora pensano solo a sopravvivere. Mancano acqua e cibo, ci sono molti bambini, perfino neonati. Una coppia ha avuto un figlio da pochi giorni, in queste condizioni.

C’è almeno la speranza che la situazione migliori a breve?
Sì, assolutamente. Tutti vogliono che finisca. Vogliono tornare a casa, far tornare i figli a scuola. Ma oggi è impossibile: senza infrastrutture, senza connessione, tutto è bloccato. Anche il cessate il fuoco è fragile: i droni continuano a sorvolare la città, la guerra sembra non fermarsi davvero.

I rapporti con l’Italia e con la Sardegna continuano?
Sì, fortunatamente non si sono interrotti. Ci sono aiuti e relazioni che proseguono, anche se più lentamente per motivi di sicurezza. È importante: ci fa sentire meno soli, è un segno di speranza in una situazione così incerta.

Una testimonianza diretta che restituisce il senso di precarietà vissuto dalla popolazione: un presente sospeso, in cui la sopravvivenza quotidiana prevale su ogni prospettiva futura.

Qui l’intervista audio a Radio Kalaritana.

 


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