
Le chiese a pianta centrale acquistano particolare valenza nell’Alto medioevo quando sorgono architetture come la Cappella palatina di Aquisgrana o, a Ravenna, la Basilica di San Vitale e i Mausolei di Teodorico e Galla Placidia. La forma centrica, poi, ha largo impiego nei battisteri, per ragioni pratiche e simboliche. Fra il IX e XII secolo, il modello più diffuso è ancora l’aula longitudinale, divisa in navate, ma con alcune novità. Le chiese ad absidi contrapposte riflettono la dualità fra le autorità ecclesiastica e imperiale, incarnate da un vescovo e dal monarca. Il corpo occidentale turrito – il Westwerk – ospita la loggia del monarca, aperta sull’aula liturgica; la schermatura con veli accentua la temporalità divina della sua figura. Le chiese minori e il clero regolare rimangono, però, legati alla tradizione. Gli Ordini religiosi e i complessi capitolari introducono profonde variazioni nel rapporto con la liturgia. I patrocini privati favoriscono la comparsa di cappelle, utilizzate come spazi di sepoltura e per le celebrazioni a carico dei titolari. Il coro, contornato da scranni lignei, accoglie religiosi e canonici. Lo sviluppo di avanzate tecniche costruttive, infine, consente la realizzazione di volte e tiburi, sebbene le coperture lignee siano la soluzione più comune.
Il prosieguo dell’articolo a cura del professore dell’Università degli Studi di Cagliari Marcello Schirru si troverà sul numero di Kalaritana Avvenire in uscita domenica 3 maggio, acquistabile in tutte le edicole della Sardegna insieme al quotidiano Avvenire.
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