
Nei penitenziari della Sardegna aumenta il numero dei detenuti stranieri, ma non cresce allo stesso ritmo la presenza di figure professionali in grado di favorire comunicazione, integrazione e percorsi di reinserimento. «Parliamo – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana, Maria Grazia Caligaris, presidente dell’associazione Socialismo Diritti Riforme – di 746 detenuti stranieri su circa 2.400 persone detenute complessivamente in Sardegna. È un numero molto rilevante. Se consideriamo che i detenuti sardi sono poco più di mille, emerge chiaramente come una parte consistente della popolazione carceraria provenga da altre regioni o da altri Paesi».
Quali sono gli istituti dove la presenza è più consistente?
I dati evidenziano percentuali particolarmente elevate a Cagliari-Uta, dove i detenuti stranieri rappresentano il 26,9% della popolazione detenuta, a Sassari-Bancali con il 29,5% e soprattutto nella colonia penale di Mamone, dove si supera il 58%»
Perché questo dato merita attenzione?
Perché alla crescita della presenza straniera non corrisponde un adeguato rafforzamento dei servizi. Mancano mediatori culturali multilingue, ma anche educatori, psicologi e personale specializzato in grado di accompagnare queste persone nel percorso detentivo.
Quali conseguenze comporta questa carenza?
Le difficoltà ricadono innanzitutto sui detenuti, che spesso non conoscono la lingua italiana e faticano a comprendere procedure, diritti e opportunità. Ma le conseguenze coinvolgono anche il personale penitenziario, che si trova quotidianamente a gestire situazioni complesse senza strumenti adeguati.
Molti detenuti stranieri, inoltre, non hanno legami con il territorio sardo.
Esatto. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone trasferite nell’isola pur non avendo commesso qui il reato. Questo rende ancora più difficile mantenere relazioni familiari e costruire percorsi di reinserimento sociale.
Il tema riguarda anche la funzione rieducativa della pena.
Certamente. La Costituzione, attraverso l’articolo 27, stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Se però mancano gli strumenti per comunicare, formarsi e comprendere il contesto in cui si vive, questo obiettivo diventa molto difficile da raggiungere.
Non si tratta quindi soltanto di una questione linguistica.
Assolutamente no. È una questione che riguarda il diritto alla salute, alla formazione, al lavoro e più in generale il rispetto della dignità della persona. In carcere si perde la libertà personale, ma non gli altri diritti fondamentali.
Anche il personale penitenziario vive difficoltà crescenti.
Sì, e questo è un aspetto che spesso viene sottovalutato. Chi lavora negli istituti penitenziari è a sua volta titolare di diritti e deve essere messo nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro in modo efficace. Se mancano risorse e strumenti adeguati si crea un cortocircuito che penalizza tutti.
Che prospettive hanno queste persone una volta scontata la pena?
È una delle questioni più delicate. Molti detenuti stranieri hanno condanne non particolarmente lunghe, ma durante la detenzione non riescono a maturare competenze professionali o linguistiche sufficienti per costruirsi un futuro diverso. Senza percorsi di formazione e integrazione si rischia di alimentare nuove fragilità sociali.
Qual è il messaggio che emerge da questa situazione?
Occorre una visione complessiva del sistema penitenziario. Servono mediatori culturali, educatori, psicologi e investimenti nei percorsi di inclusione. Non possiamo accettare che queste persone vengano considerate cittadini di serie B o di serie C. La qualità di una società si misura anche dalla capacità di garantire diritti e opportunità a chi si trova nelle condizioni più difficili.
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