
L’aeroporto di Cagliari-Elmas | Foto Wikipedia
La firma del «term sheet» del 29 aprile, tra Regione, Camera di commercio di Cagliari-Oristano, Fondazione di Sardegna e F2i, ha dato un nome al futuro degli scali isolani: «Aeroporti di Sardegna», una holding che dovrebbe far funzionare Cagliari, Olbia e Alghero — 11,2 milioni di passeggeri nel 2025 — come un sistema unico, con l’obiettivo di ottenere la designazione ministeriale di rete aeroportuale, attrarre investimenti, rafforzare le rotte. Per un’isola, mettere ordine in un sistema oggi frammentato non è un dettaglio: è la condizione perché la mobilità aerea smetta di essere un privilegio geografico. Fin qui il merito. La domanda vera riguarda il metodo: è davvero questa la strada migliore perché i sardi abbiano più voli e asset aeroportuali più forti? Il «term sheet» firmato dalla Regione Sardegna non è vincolante: esprime una volontà politica, non un obbligo. Gli accordi decisivi sono attesi entro il 30 settembre. È lì, non oggi, che si misurerà la convenienza. La Regione entrerebbe nella holding con il 9,25%, spendendo circa trenta milioni di euro pubblici: una quota di minoranza che le dà un posto al tavolo — ma che resta minoranza. Trenta milioni comprano influenza, non controllo. Qualche presidio c’è ma è poca cosa rispetto alla posta in gioco. Il punto è questo. A guidare l’operazione è un fondo, F2i, la cui logica è, legittimamente, il rendimento. La mobilità dei sardi — la continuità territoriale e lo sviluppo di rotte in libero mercato, il diritto di raggiungere lavoro, cure, affetti — è invece un fine pubblico, che non coincide in automatico con la redditività di una rete. Rafforzare gli asset e garantire i collegamenti non sono la stessa cosa. Resta poi un contesto giuridico tutt’altro che sereno: i ricorsi al Tar e al Tribunale civile sono ancora pendenti, e la Corte dei conti aveva già segnalato criticità sull’infungibilità del partner privato e sui limiti statutari dell’ente camerale. Costruire su fondamenta contestate è un rischio che la Cciaa e la Regione Sardegna con il denaro pubblico non dovrebbe correre alla leggera. Nessuna pregiudiziale, dunque. L’integrazione può essere un bene comune, se la Regione e la Cciaa useranno il negoziato fino a settembre per migliorare le condizioni previste dal term sheet che, al momento, non salvaguardano il valore conferito dalla Camera di commercio di Cagliari Oristano e dalla Regione. Sicuramente vanno rivisti i termini sulle regole per la vendita delle partecipazioni che sono subordinate ad approvazione da parte di F2i. E questo è inconciliabile con la tutela del valore dello stato patrimoniale di Sogaer e della Regione che rischiano di pagare un biglietto in prima fila per uno spettacolo deciso da altri.
Sandro Usai (Articolo apparso su Kalaritana Avvenire del 21 giugno)
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