Lavoro

Il rapporto CISL su laurea e lavoro: studiare conta, ma i salari restano bassi Il quadro dell'isola e il commento del segretario regionale Mirko Idili

Studiare conta per avere una corsia preferenziale nel mondo del lavoro. Lo dicono i dati raccolti dalla CISL Sardegna e basati sugli studi di ISTAT, INPS, Banca d’Italia e sul rapporto AlmaLaurea 2026, che però mettono a fuoco anche un’altra realtà: quella di un vantaggio che sul piano di retribuzione e diritti dei lavoratori si assottiglia fino a vedersi minimamente.

Nel 2022, si legge nella nota della CISL, la retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti in Sardegna si è fermata a 16.958 euro, contro i 22.808 euro della media nazionale, con un divario del 25,7%. Un dato su cui pesa non solo il valore delle retribuzioni, ma anche il numero di giornate effettivamente lavorate su quelle che da calendario sarebbero possibili, con l’incidenza di lavori stagionali e contratti brevi.

Sia l’Istat che AlmaLaurea certificano che il titolo di studio sia ancora importante per l’accesso al lavoro, oltre che per la retribuzione, soprattutto dopo la laurea, con il tasso di occupazione a cinque anni dal conseguimento del titolo che sale al 94,4% tra i laureati magistrali e al 91% tra quelli in possesso di una laurea triennale. All’aumento di possibilità di lavoro non corrisponde però una crescita dei salari. La CISL sottolinea infatti che a un anno dalla laurea il salario netto medio mensile è pari a 1.491 euro per i laureati triennali e 1.495 euro per i magistrali, con aumenti e differenze che si fanno più evidenti a cinque anni dal titolo (1796 euro in media per i triennali, 1903 euro per i laureati magistrali). Dopo il percorso all’università, a pesare è ancora la disparità territoriale, con il Nord che rimane l’area in cui si hanno maggiori opportunità di trovare un’occupazione post-laurea, grazie anche a una valutazione migliore degli atenei da parte dei datori di lavoro. A ciò si aggiunge la qualità contrattuale, con il part-time che lascia il segno soprattutto in Sardegna dove il 34,8% dei dipendenti del settore privato non agricolo ha firmato un contratto di lavoro a tempo parziale, contro il 27,5% della media nazionale. Con il dato femminile che fa salire ulteriormente la quota: il part-time incide infatti per il 53,5% tra le donne in Sardegna, quasi dieci punti in più della media nazionale. Una situazione, quella femminile, resa ulteriormente critica dal divario salariale di genere e da una maggiore possibilità per gli uomini di trovare impiego.

«I dati ci dicono una cosa precisa – commenta il Segretario regionale della CISL Sardegna, Mirko Idili –: studiare aiuta a trovare lavoro, ma in Sardegna questo vantaggio fatica ancora a tradursi in un salario adeguato. Non è accettabile che un percorso di studi lungo e impegnativo venga ripagato così poco. Formare competenze non basta: bisogna creare le condizioni perché l’Isola sia in grado di riconoscerle, impiegarle e remunerarle nel modo giusto». Per rispondere al quadro attuale, il legame tra formazione, sistema produttivo e politiche attive del lavoro va rafforzato, afferma la CISL. Con incentivi pubblici che devono essere legati alla qualità dell’occupazione creata e alla stabilità dei contratti per consentire veri percorsi di crescita. Un percorso che andrebbe affiancato, secondo il sindacato, da un lavoro che favorisca il ritorno sull’isola i giovani che si sono formati e lavorano lontano dalla Sardegna.

«La Sardegna non può rassegnarsi a essere una regione in cui il lavoro vale meno – conclude Idili –. La crescita dell’occupazione è importante, ma non basta se il lavoro resta povero, discontinuo o non valorizza le competenze possedute. La vera sfida è creare occupazione stabile, qualificata e adeguatamente retribuita, condizione essenziale per trattenere i giovani, sostenere le famiglie e contrastare lo spopolamento dell’Isola».


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