L'intervista

Ondate di calore: il riscaldamento globale ha modificato la circolazione atmosferica Per Matteo Tidili, meteorologo di Rai Meteo, cresce l'intensità degli estremi termici

Quella 2026 è stata di certo, dal punto di vista del meteo, un’estate che ha segnato diversi record, in particolare per le ondate di calore che si sono susseguite per diverse settimane, segno di un cambiamento climatico ormai evidente, con l’anticiclone subtropicale nord africano che permane sempre più frequentemente sull’area del Mediterraneo occidentale e quindi sulla nostra isola. «Queste ondate di calore – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana Matteo Tidili, meteorologo di Rai Meteo – si inseriscono in uno schema di cambiamento della circolazione atmosferica che si sta registrando sull’Europa centro-occidentale e sull’area del Mediterraneo, a seguito del riscaldamento globale. Stiamo osservando una maggiore frequenza di configurazioni atmosferiche di blocco, cioè situazioni che tendono a persistere nella stessa area per diversi giorni o addirittura per diverse settimane. Una configurazione che abbiamo osservato spesso nel corso di questa estate, e che si presenta frequentemente anche negli ultimi decenni, con l’espansione del promontorio subtropicale nordafricano verso il Mediterraneo e, in alcuni casi, verso latitudini ancora più settentrionali, fino all’Europa centrale e occidentale.

Un fenomeno che non ha riguardato soltanto la Sardegna. È stata un’estate da record anche per l’Inghilterra, la Francia, diverse nazioni dell’Europa centrale e gran parte dell’Italia centro-settentrionale. Il problema, quindi, non riguarda soltanto l’aumento della temperatura media, ma anche quello degli estremi termici.

Esatto. Non stiamo assistendo soltanto a un aumento della temperatura media, ma anche a un aumento dell’intensità degli estremi termici. Nell’estate 2026 abbiamo raggiunto temperature eccezionali, in alcuni casi superiori ai 45 gradi, e abbiamo anche riscritto il record assoluto della temperatura massima regionale, con i 48,4 gradi registrati a Orani.

Questo elemento preoccupa anche per le condizioni dei nostri mari. È un po’ come se si stesse caricando un’arma: stiamo accumulando energia che potrebbe poi essere restituita all’atmosfera?

Sì, esattamente. La maggiore persistenza di queste configurazioni, in questo caso anticicloniche, deve essere letta considerando anche ciò che avviene nelle aree circostanti. Se da noi è presente l’anticiclone subtropicale nordafricano, evidentemente nel vicino Atlantico è presente una circolazione depressionaria che può anche abbassarsi di latitudine. La persistenza e la reiterazione di queste configurazioni nel corso dell’estate hanno garantito, da una parte, un soleggiamento diffuso e persistente su gran parte del Mediterraneo e, dall’altra, un afflusso costante di masse d’aria molto calde provenienti dalle latitudini subtropicali. A questo si è spesso associata una ventilazione molto scarsa nei bassi strati dell’atmosfera. Tutto ciò ha permesso un notevole accumulo di calore nella superficie marina, che tuttora presenta anomalie termiche nell’ordine dei 4-5 gradi nei settori centro-occidentali del Mediterraneo. Tutto ciò rappresenta un campanello d’allarme in vista dell’autunno.

In effetti abbiamo già avuto una sorta di anticipazione con gli eventi temporaleschi delle scorse settimane, soprattutto nel centro-nord Italia. Che cosa può accadere quando arriveranno le prime perturbazioni autunnali?

Quando arriveranno le prime ondulazioni depressionarie e le prime masse d’aria fredda di origine nord-atlantica alle medie e alte quote, queste si troveranno nei bassi strati con un’atmosfera molto più calda del normale e quindi maggiormente predisposta a contenere una grande quantità di vapore acqueo. Di conseguenza, i contrasti termici potranno essere maggiori e l’instabilità atmosferica più accentuata. Aumenterà quindi la possibilità di avere precipitazioni localmente molto violente, concentrate nello spazio e nel tempo. Naturalmente avere temperature marine così elevate non significa automaticamente che si verificheranno fenomeni alluvionali. Sarà l’atmosfera a determinare dove e quando questi fenomeni potranno verificarsi nel Mediterraneo. Tuttavia, il bacino si presenta con una configurazione termica anomala e questa energia dovrà in qualche modo essere rilasciata.

Guardando in prospettiva dobbiamo ormai convivere con una configurazione climatica e meteorologica di questo tipo, abituandoci a temperature e fenomeni estremi?

Le osservazioni degli archivi storici indicano una tendenza a un generale aumento delle temperature e degli estremi termici, sia per quanto riguarda i valori massimi sia per quelli minimi. Questa estate ne abbiamo avuto una conferma molto evidente: nella mattinata del 27 agosto, 47 stazioni della rete regionale Arpas hanno registrato una temperatura minima superiore ai 30 gradi. Gli estremi, quindi, si stanno alzando sia per quanto riguarda le temperature massime sia per quelle minime. Per quanto riguarda invece le precipitazioni, non osserviamo una variazione particolarmente netta negli accumuli pluviometrici annuali. Il trend non mostra, in generale, né un aumento né una diminuzione, se non in casi piuttosto localizzati. È cambiato, piuttosto, il regime delle precipitazioni. Il ciclo idrologico sta accelerando: assistiamo a periodi siccitosi ai quali possono seguire precipitazioni impulsive e molto concentrate nello spazio e nel tempo. Questo fenomeno si osserva sia nelle stazioni costiere sia nell’entroterra e anche i modelli climatici indicano uno scenario di questo tipo: un possibile aumento del quantitativo massimo di precipitazione atteso in una singola giornata e, quindi, una maggiore intensità degli eventi estremi.

Per quanto riguarda invece la siccità? I modelli prevedono periodi senza pioggia sempre più lunghi?

Anche l’indice relativo ai giorni consecutivi secchi, quindi alla persistenza della siccità e alla durata dei periodi senza precipitazioni, non mostra nei modelli futuri particolari variazioni, se non in casi molto specifici o localizzati. Quello che cambia, però, è il contesto termico nel quale questi periodi siccitosi si verificano. Anche quando un periodo senza precipitazioni non è particolarmente più lungo rispetto al passato, può essere accompagnato da temperature molto più elevate della norma. Questo determina processi di evapotraspirazione molto più forti e intensi. Di conseguenza, rispetto al passato, il quantitativo di acqua disponibile nel suolo e nelle risorse idriche può ridursi in maniera più rapida ed efficace. Il cambiamento climatico, quindi, non significa necessariamente soltanto avere più o meno pioggia, ma soprattutto avere temperature più elevate e una maggiore frequenza di eventi estremi, con conseguenze importanti sulla disponibilità delle risorse idriche.


Scopri di più da Kalaritana Media

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.