Lunedì 12 ottobre

Pastori in piazza a Cagliari: «Costi fuori controllo, così non possiamo più andare avanti» Lunedì alle 11 la protesta davanti al Consiglio regionale di via Roma: il prezzo del latte non copre più i costi

I pastori sardi tornano a mobilitarsi e lunedì porteranno la loro protesta nel cuore istituzionale dell’Isola. Appuntamento il 12 ottobre è alle 11 davanti al Consiglio regionale, in via Roma a Cagliari, dove gli allevatori intendono riportare all’attenzione della politica una serie di problemi che, secondo il mondo agricolo, stanno mettendo a rischio la tenuta delle aziende.

Al centro della protesta ci sono soprattutto l’aumento dei costi di produzione, il prezzo del latte, le conseguenze degli accordi commerciali con i Paesi extraeuropei e il blocco della movimentazione dei bovini legato alla dermatite nodulare.

«La situazione ormai sta schizzando  – spiega ai microfoni di Radio Kalaritana,Fabio Pisu, allevatore di Armungia– e non è più sotto controllo. E non riguarda soltanto gli allevatori e gli agricoltori, ma tutta la società».

Il problema, secondo i pastori, è innanzitutto economico. «Abbiamo dei costi su tutte le cose che stanno schizzando alle stelle. Non c’è più una linea tollerabile, è tutto fuori controllo. Questo grava sugli allevatori, ma anche sulle famiglie, che oggi hanno spesso uno stipendio medio tra i 1.200 e i 1.500 euro».

Costi in aumento e prezzo del latte

Una delle questioni più urgenti riguarda il prezzo del latte, sia ovino sia caprino, in vista della prossima campagna.

«Stiamo lavorando sotto i costi di produzione – denuncia Pisu – e non riusciamo più a coprire le spese che sosteniamo». Mangimi, carburanti e altri beni necessari alla gestione delle aziende hanno registrato aumenti che, secondo gli allevatori, hanno progressivamente eroso i margini delle imprese.

«Dal 2014 a oggi consideriamo un’inflazione che ci ha colpito per circa il 40%. Abbiamo quindi perso circa il 40% del potere d’acquisto e con le stesse risorse non riusciamo più a mantenere l’equilibrio delle nostre aziende».

Il nodo diventa quindi quello del prezzo riconosciuto alla produzione. Per gli allevatori, una cifra attorno a 1,40 euro al litro non sarebbe sufficiente a garantire la sostenibilità economica delle aziende.

Piesu richiama anche la direttiva europea 633, che dovrebbe tutelare gli agricoltori impedendo la vendita dei prodotti a un prezzo inferiore ai costi di produzione.

«È proprio quella la direttiva che noi rivendichiamo – spiega –. Dovrebbe tutelare l’allevatore e l’agricoltore, impedendo di vendere sotto il costo di produzione. Ma la direttiva è stata recepita e non è stata ancora pienamente attuata».

Il passaggio ritenuto fondamentale è quello della definizione dei costi effettivi di produzione. «Serve un ente ministeriale che stabilisca una sorta di prezzario, per capire quanto costa realmente produrre un litro di latte, un chilo di grano o un chilo di carne. Il problema non riguarda soltanto il latte, ma tutti i prodotti agricoli».

Il nodo delle importazioni

Nella protesta entra anche il tema della concorrenza internazionale. Da una parte, sottolineano gli allevatori, l’Europa impone agli agricoltori regole sempre più stringenti, anche sul piano ambientale; dall’altra vengono conclusi accordi commerciali con Paesi extraeuropei.

«L’Europa ha imposto regole importanti come il Green Deal agli allevatori e agli agricoltori, chiedendo di produrre prodotti di nicchia e di alta qualità. Nello stesso tempo ha fatto accordi di libero scambio con diversi Paesi extraeuropei. Questo crea un danno alle dinamiche di mercato».

Secondo Pisu, il rischio è che i prodotti ottenuti secondo standard elevati diventino difficilmente accessibili ai consumatori, mentre gli allevatori continuano a sostenere costi elevati.

Dermatite nodulare, i pastori chiedono deroghe

L’altro grande fronte della mobilitazione riguarda la dermatite nodulare bovina e le limitazioni alla movimentazione degli animali.

Gli allevatori chiedono una deroga che consenta almeno il trasferimento dei vitelli dagli allevamenti ai centri di ingrasso, così da alleggerire le aziende e garantire anche condizioni adeguate di benessere animale.

«Chiediamo una deroga al blocco della movimentazione dei bovini – afferma Pisu –. Dobbiamo trovare una soluzione per poter trasferire nel più breve tempo possibile i vitelli dalle aziende ai centri di ingrasso».

Una necessità che, secondo gli allevatori, riguarda anche il modello di allevamento estensivo praticato nell’Isola. «I nostri animali sono abituati a un allevamento estensivo, proprio come quello che chiede la Comunità europea. Bisogna quindi ragionare anche sulle norme relative al benessere animale».

Pisu sottolinea inoltre che gli allevatori hanno seguito le indicazioni sanitarie previste. «La vaccinazione è stata sostanzialmente completata negli allevamenti. Abbiamo già effettuato due vaccinazioni e ci stiamo avvicinando al ciclo della terza».

Da qui la richiesta di rivedere le restrizioni alla movimentazione. «Abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto e chiediamo che queste misure vengano almeno allentate per permettere il trasferimento dei vitelli destinati al macello nei centri di ingrasso».

«Abbiamo fatto i compiti»

Il mondo degli allevatori chiede infine che, di fronte alla vaccinazione della maggior parte dei capi, cambi anche l’approccio in caso di eventuali nuovi focolai. «Avendo vaccinato già i capi, chiediamo che, se dovesse verificarsi qualche focolaio, si cominci a ragionare su un abbattimento selettivo piuttosto che su un abbattimento di massa».

Il messaggio che i pastori intendono portare lunedì davanti al Consiglio regionale è quindi quello di una categoria che chiede misure concrete su due fronti: la sostenibilità economica delle aziende e la gestione sanitaria degli allevamenti.

«Abbiamo fatto i compiti – conclude Pisu –. Qualche riconoscimento lo dobbiamo avere. Se continuiamo a vedere norme e restrizioni senza che venga riconosciuto qualcosa a chi le ha rispettate, diventa difficile gestire la situazione».

La protesta di lunedì sarà dunque l’occasione per chiedere alla politica regionale di intervenire su una crisi che, secondo gli allevatori, non riguarda più soltanto il comparto zootecnico, ma la tenuta stessa delle aziende agricole e delle comunità che vivono di agricoltura e allevamento.


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