
Ascolta “Diànoia del 10 ottobre – San Francesco, tornare al cuore della sua esperienza” su Spreaker.
Nello scorso fine settimana si sono concluse le manifestazioni per l’ottavo centenario della morte di san Francesco, patrono d’Italia. Francesco morì la sera del 3 ottobre e il 4 ottobre fu portato ad Assisi dalle Clarisse, le Povere Dame di San Damiano. È stato un centenario ricco di eventi e di manifestazioni culturali di grande rilievo. Ciò che è emerso, come è stato ricordato domenica scorsa dal custode del Sacro Convento, è soprattutto la necessità di tornare al cuore dell’esperienza di Francesco. Un tema affrontato, sempre domenica, alla Loggia del Sacro Convento anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Francesco è stato interpretato in tanti modi: l’ecologista, il pacifista, il terzomondista e, nel 1926, in occasione del settimo centenario della morte, persino come l’«italianissimo», quasi campione del regime fascista. Ma il rischio è quello di dimenticare il cuore della sua esperienza: l’incontro con Gesù Cristo. Una delle leggende più antiche, quella cosiddetta dei Tre Compagni, racconta che a San Damiano, nell’incontro con il Crocifisso oggi custodito nella chiesa di Santa Chiara, Francesco sentì l’invito a riparare la Chiesa e avvertì il proprio cuore ferito, una ferita d’amore che si rinnovava a ogni memoria della Croce.
Il cuore dell’esperienza di Francesco è dunque il rapporto con Gesù Cristo: un rapporto d’amore che suscitò in lui il desiderio di una conformazione perfetta, di vivere secondo l’esempio del Vangelo, sine glossa, conformando i propri comportamenti all’esempio vivente di Cristo. È da questo cuore che tutto sgorga: da una memoria che diventa sequela e da una sequela che diventa imitazione, desiderio di assumere la forma del Vangelo.
Anche le stimmate rendono evidente tutto questo. San Bonaventura le riconduce a un amore così vivo e perfetto da rendere il corpo dell’amante simile a quello dell’amato. È un amore che rende simili nel sentimento, nel giudizio, nel cuore e nella forma della vita. Anche l’umiltà e la povertà di Francesco hanno a che fare con questa profondissima esperienza d’amore che rende conformi all’amato. La radicalità della sua adesione alla fede è il vero segreto della sua fecondità, capace di raggiungere e trasfigurare tanti ambiti della vita umana: quello economico, giuridico, artistico, etico e religioso.
Dobbiamo ringraziare Dio per questa esperienza e comprendere il significato del carisma. Tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo il mondo stava cambiando: cambiavano le città, le forme dell’economia e la percezione del commercio. In quel mondo irrompe il carisma francescano come una forma capace di parlare agli uomini del proprio tempo. Il carisma è dato a una persona che appartiene a Cristo perché lo Spirito possa parlare agli uomini di quel tempo.
Ne nasce una straordinaria fioritura, profondamente inserita nei travagli e nelle conquiste dell’epoca, ma radicata in un’esperienza che trasforma il cuore. È anche questo il modo permanente con il quale Dio parla: attraverso l’attrattiva dei santi, di un’umanità trasfigurata e della radicalità. Francesco coniugò due dimensioni decisive: da una parte un’aspirazione indomabile all’Eterno, all’Assoluto, all’Infinito, a Dio; dall’altra un amore tenero verso ogni forma di vita e verso ogni creatura, nella quale riconosceva, come dice Tommaso da Celano, le orme del Diletto.
La tenerezza verso la creazione e verso ogni creatura nasce proprio da questo: Francesco percepiva l’amore per l’infinitamente grande dentro ogni frammento dell’esistenza. Colui che alla fine sarà «tutto in tutti», egli lo vedeva già presente in ogni cosa. È uno sguardo di fede, capace di riconoscere dentro ogni frammento dell’esistenza e della creazione le orme del Diletto. Possiamo allora trarre alcune conclusioni da questo centenario. Anzitutto, la tanta gente accorsa quasi a dissetarsi alla fonte di Francesco ci parla di una grande sete. Gli uomini desiderano cose grandi e per questo sono attenti a ogni bellezza incarnata, come quella che i santi sanno offrire.
Dobbiamo saper parlare al cuore degli uomini e raccogliere ciò che Dio semina largamente come desiderio di infinito, nostalgia di una bellezza che non tramonta: la bellezza di Cristo che trasfigura la vita. Dobbiamo chiedere che possa trasfigurare anche la nostra e avere il coraggio dell’essenziale, che conduce a quella povertà disarmata e disarmante che vediamo in Francesco. Amare Cristo significa anche saper rinunciare a ciò che è superfluo, a ciò che può frapporsi come ostacolo. È il coraggio dell’essenziale al quale ci ha chiamato Papa Leone.
C’è poi la persuasività della fraternità. Non c’è messaggio cristiano, non c’è testimonianza cristiana che non possa e non debba passare attraverso l’esperienza comunitaria. Francesco scrive nel Testamento: «Il Signore mi diede dei fratelli». È solo dentro un’esperienza di vera fraternità che l’amore a Cristo diventa capace di trasformare la vita, diventa cammino e accoglienza e rende il messaggio persuasivo e incisivo.
Quando pensiamo al nostro rapporto con il mistero di Dio dobbiamo pensare anche alla necessità di lasciarci abbracciare dal suo corpo, che è la Chiesa. Infine, la testimonianza. Francesco non si vergogna della Croce di Cristo. Ne parla al sultano, ai reggitori del mondo, ai suoi fratelli e al Papa. È talmente certo del rapporto con Cristo e della sua radicalità da farne motivo di testimonianza verso tutti gli uomini, una testimonianza umile ma certa. Chiediamo anche noi questa certezza capace di illuminare tempi bui, nei quali sentiamo però crescere il desiderio di una luce bella, di una luce capace di illuminare il senso della vita.
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