Domenica 18 ottobre si celebra la centesima Giornata Missionaria Mondiale, un appuntamento importante che, in qualche modo, misura il nostro ardore non soltanto missionario, ma cristiano. Perché l’incontro cristiano è l’incontro con Gesù Cristo, che dona alla vita una gioia, un senso e una direzione che non possiamo non desiderare di comunicare anche ai nostri fratelli.
La missione non è un dovere accessorio rispetto all’incontro con Cristo. Fa parte di questo incontro e sgorga naturalmente dalla gioia che deriva dalla sua persona e da ciò che continuamente ci dona. Per questo, nel suo messaggio, Papa Leone XIV chiede di rinnovare in noi il fuoco della vocazione, un rinnovamento tanto più necessario in un’epoca nuova e inedita come quella che stiamo vivendo.
Il recente viaggio apostolico in Francia ha visto il Papa stesso farsi missionario in una terra nella quale si registra un fenomeno significativo: quello di tanti adulti che ricominciano il proprio cammino cristiano nella Chiesa, chiedendo di essere ammessi alla comunione ecclesiale attraverso il Battesimo. Si tratta ormai di decine di migliaia di persone ogni anno.
Il Papa ha parlato della missione, soprattutto ai giovani, come ha fatto a Parigi. Ma il punto centrale del suo discorso è la rilevanza della persona di Gesù Cristo per la vita di ciascuno di noi.
L’incontro con Cristo offre a ogni uomo e a ogni donna la promessa più grande, quella che compie ogni desiderio: la promessa della vita eterna. Nell’omelia il Papa ha ribadito quanto l’incontro con Cristo sia significativo per l’uomo che ha sete di senso, di verità e di compimento. È una sete che abita nel cuore di ogni persona e che nessuno può appagare con le proprie forze.
L’essere umano, ha ricordato il Papa a Parigi, è fondamentalmente un essere desiderante, e solo Dio può colmare questo vuoto interiore.Il punto di partenza della missione è proprio qui: nella scoperta del nostro desiderio e nell’incontro con Cristo, che dialoga con questo desiderio e lo colma in modo sorprendente, dentro la grande promessa del compimento finale.
È da qui che nasce la missione, dal desiderio di condividere con gli altri ciò che abbiamo incontrato. Anzi, dalla scoperta che questa condivisione fa parte del senso stesso della nostra vita, dona più gioia, felicità e valore al nostro stare con gli altri, negli ambienti di lavoro, in famiglia e nella Chiesa. Da questa consapevolezza derivano due impegni fondamentali. Il primo è quello della testimonianza. Dio si offre normalmente agli uomini attraverso la testimonianza di altri uomini, attraverso persone che, con le loro azioni, le loro parole e il loro modo di essere, indicano un Altro.
Attraverso di loro, Dio appare e si comunica, raggiunge l’uomo dentro la storia, affidandosi ed esponendosi al rischio della libertà umana.
Questa testimonianza, però, ha bisogno anche delle parole. Già Paolo VI ricordava, in modo illuminante, che anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente se non sarà illuminata, giustificata ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. È ciò che l’apostolo Pietro indicava come la necessità di dare ragione della propria speranza. La testimonianza della vita ha dunque bisogno di parole che spieghino il senso di ciò che facciamo e di come viviamo, del nostro modo di intendere noi stessi, il corpo, la storia e gli altri, nella carità e nell’offerta della libertà. Prendiamo sul serio questa Giornata Missionaria Mondiale. Riguarda certamente coloro che si recano in terre lontane, ma riguarda profondamente anche la nostra vita. La missione, infatti, si svolge anzitutto là dove viviamo, perché è proprio lì che siamo inviati dal Padre, come Gesù, per rivelare il suo volto.
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