
I pastori sardi tornano a far sentire la propria voce e chiedono risposte concrete sul futuro del comparto agropastorale. Dopo gli incontri con i capigruppo in Consiglio regionale e il Tavolo del latte ovino convocato a Oristano, secondo il movimento, il confronto con le istituzioni non ha prodotto i risultati attesi.
A preoccupare sono soprattutto il prezzo del latte per la campagna 2026-2027, la situazione del comparto caprino e le difficoltà degli allevatori alle prese con le restrizioni legate alla dermatite bovina. «Siamo tornati a farci sentire -ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana, Gianuario Falchi, uno dei portavoce dei Pastori – soprattutto perché chiediamo continuità. Dopo l’assemblea a Cagliari con i capigruppo, il giorno successivo si è svolto a Oristano il Tavolo del latte ovino. Da allora, però, tutto sembra essersi fermato. È quello che succede troppo spesso: ci si incontra, si discute e sembra che la soluzione sia dietro l’angolo, ma alla fine non arriva nulla di concreto». «Dalla riunione con i capigruppo – ha proseguito Falchi – era emersa anche l’importanza di convocare un tavolo specifico sul comparto caprino. È un settore di cui si parla troppo poco, ma rischiamo di perdere un patrimonio fondamentale per la Sardegna. Le capre, grazie al pascolo estensivo, contribuiscono alla tutela del territorio anche nelle zone in cui altri animali non riescono a pascolare. Con gli attuali prezzi del latte, però, molti allevatori rischiano di non avere più alcuna convenienza a continuare».
Un’altra emergenza riguarda la dermatite bovina e il blocco della movimentazione degli animali. Qual è la situazione nelle aziende coinvolte?
Ci sono aree della Sardegna completamente bloccate. Gli allevatori non possono trasferire neppure i vitelli verso le stalle d’ingrasso e, in molti casi, hanno già esaurito le scorte che avrebbero dovuto garantire il mantenimento degli animali durante l’inverno. Si era parlato della possibilità di introdurre deroghe o trovare soluzioni per consentire almeno lo spostamento dei vitelli, ma per ora è tutto fermo. Per chi deve gestire quotidianamente un allevamento, aspettare altri quindici giorni è un periodo lunghissimo. Anche perché il clima non ci aiuta: i pascoli sono ormai privi d’erba e i costi continuano a salire. Chiediamo che si intervenga subito. Non si può lasciare una parte così importante del territorio in queste condizioni, senza dare agli allevatori la possibilità di programmare il proprio lavoro.
Nel frattempo è iniziata la nuova campagna del latte ovino. Il problema principale resta il prezzo che verrà riconosciuto ai produttori?
Certamente. Abbiamo già iniziato a produrre il latte della campagna 2026-2027 senza sapere a quanto ci verrà pagato. È una situazione inaccettabile, che rischia di riportarci alle tensioni del 2019.
Noi volevamo evitare di arrivare nuovamente alle manifestazioni di piazza, ma non possiamo continuare a lavorare in perdita a causa di una mancata programmazione. Il nostro compito è produrre latte, e noi lo abbiamo fatto. Se poi lungo la filiera sono stati prodotti formaggi in eccedenza o si sono verificati altri problemi, non possiamo essere noi allevatori a pagare per gli errori degli altri.
Non è accettabile che tutto il peso delle difficoltà ricada sempre sul primo anello della filiera. Servono soluzioni immediate, non altri incontri senza conseguenze.
Avete chiesto anche interventi sul fronte della commercializzazione e della gestione delle eccedenze. Ci sono novità?
Non abbiamo ancora risposte sufficienti. Ci era stato detto che si sarebbe intervenuti anche attraverso il cosiddetto PR service, con l’obiettivo di contrastare le dinamiche speculative sul mercato del Pecorino Romano. Ma non sappiamo quale sia lo stato effettivo di questo percorso né quali risultati abbia prodotto. Nel frattempo, secondo le informazioni che ci arrivano, ci sarebbero operatori commerciali impegnati ad acquistare latte a prezzi ribassati. Se fosse così, sarebbe un ulteriore motivo di preoccupazione. Il problema è che spesso si annunciano iniziative e si avviano percorsi che poi non arrivano a una conclusione. Noi stiamo cercando di mantenere la calma tra i pastori, ma la gente è stanca e la fiducia si sta esaurendo.
Da una parte c’è la politica, dall’altra i trasformatori. A chi chiedete di assumersi le proprie responsabilità?
A entrambi. La politica dovrebbe intervenire per risolvere i problemi, ma soprattutto dovrebbe prevenirli, senza aspettare che la situazione precipiti. I trasformatori, invece, sostengono che le difficoltà dipendano dall’eccesso di latte prodotto dagli allevatori. Ma allora bisogna spiegare perché, contemporaneamente, si continuerebbe a importare latte dall’esterno. Secondo i dati e le informazioni che stiamo contestando, si parla di circa 10 milioni di litri di latte ovino e di altri 30 milioni di litri di latte vaccino provenienti da fuori Sardegna. Se queste quantità sono corrette, occorre chiarire quale sia la loro destinazione e come si concilino con la denuncia di eccedenze produttive. Agli allevatori è stato chiesto di ridurre del 5% la produzione, mentre si continua a parlare di importanti quantitativi di latte importato. È una contraddizione sulla quale pretendiamo risposte. La produzione agricola non funziona come un rubinetto che si apre e si chiude a piacimento. Un allevamento ha i suoi ritmi, i suoi costi e i suoi investimenti. Non si può chiedere ai produttori di ridurre la produzione senza chiarire prima il quadro complessivo del mercato. Inoltre, dal 2019 a oggi il numero delle pecore in Sardegna è diminuito di circa un milione, mentre la produzione di latte e quella di formaggio sarebbero aumentate. Sono dati e dinamiche che meritano un’analisi seria. Anche il Consorzio di tutela deve fare la propria parte: non può aspettare che la situazione diventi irreversibile prima di intervenire.
Qual è, a questo punto, la vostra richiesta più urgente per la campagna 2026-2027?
Vogliamo sapere a quanto verrà pagato il latte. Oggi stiamo producendo senza conoscere il prezzo che ci sarà riconosciuto, e questo significa assumersi rischi economici enormi. Nel 2019 abbiamo già vissuto una situazione del genere. A febbraio, quando arrivò la prima fattura relativa al latte consegnato, ci trovammo di fronte a una vera e propria doccia fredda. Nel frattempo avevamo già investito i nostri soldi per sostenere i costi di produzione, senza sapere quanto avremmo incassato.
Non possiamo ripetere lo stesso errore. Oggi, secondo la nostra valutazione, non è possibile produrre latte a meno di 1,50 euro al litro. Siamo convinti che tutti debbano svegliarsi e comprendere la gravità della situazione. Siamo stanchi delle promesse: vogliamo fatti. In una democrazia abbiamo cercato e continueremo a cercare tutte le strade possibili per ottenere risposte. Ma la pazienza degli allevatori non è infinita.
In conclusione, c’è un ultimo appello che volete rivolgere alle istituzioni, soprattutto per quanto riguarda il comparto bovino?
Sì, chiediamo che si trovi al più presto una soluzione per sbloccare la movimentazione dei vitelli nelle aree interessate dalle restrizioni. Gli allevatori si trovano con animali che avrebbero già dovuto vendere e, contemporaneamente, devono prepararsi ad accogliere i nuovi vitelli. Come possono andare avanti in queste condizioni? Chiediamo che siano valutate tutte le possibilità consentite dalle norme sanitarie per superare il blocco, senza compromettere la tutela della salute animale. Non si può lasciare che le aziende restino ferme per settimane senza prospettive. C’è una parte importante della Sardegna che non sa più come andare avanti. La politica, i servizi competenti e tutti i soggetti coinvolti devono assumersi le proprie responsabilità e intervenire subito. Perché dietro ogni allevamento ci sono famiglie, lavoro e un patrimonio economico e ambientale che non possiamo permetterci di perdere.
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