La festa di San Saturnino

«Babele o Gerusalemme: quale città vogliamo costruire?» Monsignor Baturi nell'omelia in occasione della celebrazione a San Saturnino

Dopo i Vespri solenni di ieri sera, vigilia della memoria liturgica di San Saturnino, oggi la celebrazione nella basilica paleocristiana dedicata al Santo. Come di consueto il canto dell’Ora media nella vicina parrocchia di San Lucifero ha preceduto la Messa nella Basilica. Anche quest’anno tanti i fedeli presenti, insieme alle autorità civili e militari, con i sacerdoti della città e il Capitolo metropolitano che hanno concelebrato l’Eucaristia, presieduta dall’Arcivescovo e animata dalla corale, diretta da don Francesco Deffenu.

Nell’omelia, monsignor Baturi ha preso spunto da alcuni passaggi della lettera enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, soprattutto nelle parti che riguardano la città.

«Il Papa – ha detto monsignor Baturi – si serve di due potenti icone bibliche. La prima è quella di Babele. Gli uomini vogliono costruire una città forte, una torre capace di toccare il cielo, per garantirsi potere, stabilità e fama.

«Si muovono – ha proseguito l’Arcivescovo – all’interno di un’unità di lingua, di programma e di scopo. L’insidia nascosta nel progetto è che si tratta di un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che, invece di favorire la comunione, sceglie l’omologazione».

«In fondo – ha ricordato – è il progetto sotteso alle persecuzioni dell’Impero romano contro i cristiani, sotto le quali muore il giovane Saturnino, come accade in tutte le persecuzioni.

Diocleziano, in un tempo di crisi dell’Impero, intende ripristinare la coesione sociale attraverso il rinvigorimento dei culti tradizionali, l’affermazione di una concezione sacrale del dominus e la repressione delle differenze religiose, principalmente di quella cristiana».

La seconda icona biblica, che l’Arcivescovo ha riproposto dall’Enciclica papale, riguarda la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ad opera di Neemia.

«È un momento di grande difficoltà nella storia di Israele», ha detto. «Gerusalemme è in rovina, le mura sono crollate e le porte sono bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, giunge a Gerusalemme, esamina i luoghi distrutti, convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire».

«Ogni famiglia – ha evidenziato Baturi – deve ricostruire un pezzo di muro. Neemia ascolta le paure e coordina gli sforzi di tutti, senza esitare a contrastare le opposizioni.

Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di un potente, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo. Tutti sono all’opera: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani.

È una lettura straordinaria che vi consiglio. Le paure e le difficoltà vengono affrontate insieme e si trova sempre una composizione, anche nelle diversità di opinioni».

«La costruzione di una casa comune – ha specificato l’Arcivescovo – richiede sempre la partecipazione dell’intera comunità. Ognuno ha il proprio lavoro da svolgere all’interno di un insieme condiviso, nella varietà delle forme associative e delle identità sociali e culturali».

La sfida dunque per Cagliari e i suoi cittadini è quella di costruire una casa comune, con la partecipazione dell’intera comunità, dove ciascuno svolge il proprio compito, in una dimensione di condivisione. Una vera e propria prova per tutti.

 


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