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In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
(Gv 10, 1-10)
Commento a cura di Gabriele Semino
In Sardegna non è difficile immaginarsi pecore e pastori. Chi è stato a contatto con qualche allevatore di bestiame sa bene cosa significa «essere pastori con l’odore delle pecore», prendersi cura del gregge, scegliere i posti migliori per il pascolo, difendere gli animali da ladri e briganti.
Da una parte, nel Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua, Gesù si presenta come «pastore» delle pecore, di quel gregge che è il popolo dei credenti. In quanto pastore egli chiama per nome ogni pecora a lui affidata. C’è differenza, e non poca, tra contare, come fanno le statistiche, le persone, e invece considerare la bellezza unica di ognuno. Agli occhi di Dio ogni persona è una storia sacra, a cui dare un nome ben preciso, una storia che porta in sé la promessa e il bisogno di un compimento.
Come pastore, Gesù fa uscire il gregge, lo spinge fuori. Alle claustrofobie interiori, che rischiano di impaurire il cuore, di anestetizzarlo di fronte alla paura della paura, l’esperienza della fede autentica risponde con la fiducia nel Pastore buono e bello, Dio stesso. Si tratta della fiducia nel fatto che lui precede il suo popolo, lo guida con le parole e con i suoi gesti di salvezza, lo conduce con tenerezza (come una madre) e sicurezza (come un padre). Si tratta della fiducia che il mondo, pur in mezzo alle sue mille contraddizioni, mantiene sempre un fondo di bellezza, che risiede nel fatto di essere creato da Dio stesso. Chi non si fida di Dio e del mondo è destinato a recintare se stesso, a isolarsi. Ma, proprio vivendo su un’isola, sappiamo bene come noi non abbiamo confini, quanto invece orizzonti. Il nostro orizzonte è un Dio affidabile, che ci affida un mondo affidabile.
Dall’altra parte nel Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua Gesù si presenta come «porta» delle pecore. In quanto porta, la vita del Signore ci è spalancata. Non una porta che separa, che rinchiude, ma un varco che indica il passaggio e i passaggi della vita.
La salvezza consiste nel passare attraverso quella porta che è la persona di Gesù Cristo morto e risorto. E la salvezza non è il minimo sindacale nella vita dello Spirito, ma l’abbondanza di vita, la pienezza traboccante che è lo Spirito in pienezza. «Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca», ci fa cantare il salmo 22, nella liturgia di questa domenica. Guidati da quel Pastore la vita diventa traboccante, ricca di significato per se stessi e di sostegno per altri.
I ladri e i briganti rubano le pecore. Il Signore, che è Pastore, dona se stesso al suo popolo: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Si tratta del miracolo di poter gustare, nei modi originali e creativi di Dio, l’esperienza della sua vita risorta che ci è donata nelle pieghe quotidiane delle nostre storie personali.
Di questo dono, che è la vita abbondante, occorre che ogni credente divenga consapevole, per desiderarlo liberamente e così accoglierlo.
Chiediamo, soprattutto per i pastori della Chiesa, di essere a immagine del Pastore che è Dio, per servire in quel modo il popolo, un popolo che viva con abbondanza.
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