
Tra le pratiche caratteristiche della Quaresima, emerge per importanza quella del digiuno, di cui il Mercoledì delle Ceneri è già annuncio e testimonianza. È un giorno di digiuno, così come siamo invitati a digiunare durante i quaranta giorni quaresimali e, in modo particolare, nel Venerdì Santo.
Il Vangelo delle tentazioni ci presenta Gesù che digiuna per quaranta giorni nel deserto, quasi assumendo su di sé il destino dell’intero popolo d’Israele, che per quarant’anni visse nel deserto. Il Vangelo proclamato nel Mercoledì delle Ceneri richiama proprio il digiuno, sottolineando la necessità di viverlo non per farsi vedere dagli altri, ma con un atteggiamento autentico davanti a Dio che vede nel segreto.
Il digiuno possiede diversi significati religiosi. Il primo è quello di far sperimentare all’uomo intero, anima e corpo, la fame di Dio. Tentato dal diavolo di trasformare le pietre in pane, Gesù risponde: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». La fame diventa così segno della nostra indigenza e della nostra dipendenza dal Creatore: abbiamo bisogno di Dio e della sua Parola, e questo bisogno si manifesta tanto nel corpo quanto nello spirito.
Il Salmo 62 parla di un’anima assetata di Dio e di un corpo come terra arida che brama l’acqua. Il digiuno è allora l’atto con cui l’uomo si presenta davanti a Dio nella sua condizione originaria: quella del bisogno, dell’attesa, della domanda che solo il Creatore e Redentore può colmare. Non dobbiamo temere questa fame, né i segni che la rendono evidente.
C’è poi una seconda dimensione del digiuno: esso apre alla carità. Provando la fame, diventiamo più disponibili ad ascoltare il grido di quanti hanno fame. Come ricordava sant’Agostino, non possiamo chiedere con verità «dacci oggi il nostro pane quotidiano» senza sentire la fame degli altri popoli che bussano alle nostre porte. Quando ci riconosciamo mendicanti del nutrimento della vita, comprendiamo meglio il grido di chi vive nella stessa indigenza.
Nella grande tradizione cristiana, ciò che si risparmia con il digiuno è destinato all’elemosina, e il tempo sottratto ai pasti diventa tempo di preghiera. Digiuno, elemosina e preghiera sono così profondamente connessi: ridanno a Dio la centralità della vita e si sostengono anche in modo concreto.
Infine, il digiuno ci pone in una condizione di penitenza che rende più pura la nostra invocazione. Non a caso i Papi hanno spesso chiesto giornate di digiuno per la pace: il digiuno, vissuto come mendicanza, affida con più verità a Dio le grandi suppliche dell’umanità.
Viviamo allora il digiuno con generosità. Può riguardare il cibo, ma anche tutto ciò che è superfluo, ciò che ci distrae o in cui riponiamo eccessiva sicurezza. È un esercizio che ci riconduce alla nostra indigenza fondamentale, alla solidarietà con gli uomini e al cammino verso l’unico cibo che può davvero saziare: Dio, la sua Parola, la sua dolce presenza.
+ Giuseppe Baturi
Arcivescovo
Scopri di più da Kalaritana Media
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
