
L’inizio della Quaresima, tempo privilegiato della conversione e cammino che ci conduce alla Pasqua, si apre con una cerimonia austera: l’imposizione delle ceneri. Durante la celebrazione eucaristica le ceneri vengono benedette e imposte sul capo come segno sacramentale del nostro ritorno all’essenziale.
Una delle preghiere spiega il significato di questo gesto: le ceneri ricordano che siamo polvere e in polvere ritorneremo. È un segno antico. Possiamo ricordare il re di Ninive che, dopo la predicazione di Giona, si alzò dal trono, depose il manto, si coprì di sacco e si sedette sulla cenere; oppure Giobbe, che per esprimere il suo dolore e la sua umiliazione si sedette sulla cenere.
Questo segno dice ciò che siamo, ma non è un segno lugubre. È il riconoscimento della nostra finitezza, ma anche della misericordia di Dio e della chiamata che ci è rivolta: non restare cenere, ma vivere della vita stessa di Dio. Di fronte alla percezione estrema della nostra fragilità, siamo tentati di pensare che tutto sia nulla, che tutto sia frutto del caso. Il Libro della Sapienza mette sulle labbra degli empi questo pensiero: «Siamo nati per caso e, dopo la morte, saremo come se non fossimo mai stati».
Ma non è così. La nostra finitezza diventa come uno sgabello che ci permette di alzare lo sguardo verso l’assolutezza di Dio. È Lui il tutto della vita. La vera penitenza consiste allora nel togliere ciò che è superfluo, presuntuoso, non vero, per poter affidare tutto il nostro cuore a Dio. In Lui la nostra fragilità è riscattata e si aprono gli orizzonti del divino.
La penitenza autentica è imparare a desiderare Dio come il tutto, ciò che non è effimero; imparare ad amarlo e a riconoscerlo nei fratelli. A questo servono la preghiera, il digiuno e l’elemosina.
In quest’anno in cui ricordiamo gli ottocento anni dalla morte di san Francesco, è significativo un episodio narrato da Tommaso da Celano. Quando le sorelle – quelle che oggi chiamiamo Clarisse – si riunirono per vedere Francesco, egli chiese che gli fossero portate delle ceneri. Tracciò un cerchio sul pavimento attorno a sé e pose il resto sul proprio capo. Dopo un tempo di silenzio, invece di parlare, recitò il Salmo Miserere e poi uscì.
Il Miserere è la supplica di chi chiede a Dio misericordia, un cuore nuovo, confidando nella possibilità di riscatto. Quel gesto, quell’uscire dal cerchio di ceneri, sembra indicare proprio questo: nell’affidamento alla misericordia di Cristo, crocifisso e risorto per noi, è possibile superare la nostra finitezza.
+ Giuseppe Baturi
Arcivescovo
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