
C’è un tempo, nel cuore dell’anno liturgico, in cui la Chiesa che sempre ci invita a rivivere attraverso la liturgia la vita e il mistero di Cristo, ci chiede di entrare, quasi fisicamente, dentro il mistero che celebra. È il Triduo pasquale: tre giorni che non sono semplicemente una scansione temporale degli ultimi giorni di vita di nostro Signore, ma un unico grande respiro, che va dalla Cena del Signore alla luce della Risurrezione. In un’epoca in cui tutto sembra scorrere veloce e spesso superficiale, i riti e le preghiere che la Chiesa attraverso la liturgia ci offre, conservano una sorprendente capacità di parlare all’uomo di oggi. Perciò dovremo dire che il Triduo pasquale non può essere spiegato, neanche dal più bravo liturgista, ma deve essere vissuto e celebrato. La nostra gente lo ha capito da sempre e, attraverso la sua pietà secolare, ha voluto tradurre, a seconda della propria sensibilità, i gesti e gli affetti che la passione, la morte e la resurrezione di Gesù hanno prodotto nel proprio animo.
Il prosieguo dell’articolo, a opera delle Carmelitane Scalze del Monastero «Nazareth del Verbo Incarnato» di Quartu Sant’Elena, si troverà sul prossimo numero di Kalaritana Avvenire, in edicola domenica 5 aprile insieme al quotidiano Avvenire in tutte le edicole della Sardegna
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