
Monsignor Giuseppe Baturi e don Tore Bulla in Seminario
Terzo appuntamento in Seminario del percorso di approfondimento e riflessione teologica dal titolo «Tornare al fondamento della fede per trasmetterne la gioia», in occasione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea. Ospite don Tore Bulla, sacerdote della diocesi di Sassari, dottore di ricerca dell’Università di Sassari che proposto il tema «La questione della fede in Grazia Deledda».
«Un aspetto molto interessante – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana – ma occorre distinguere tra fede personale della scrittrice e quella che emerge nei suoi romanzi: è necessario separare i due piani. La fede personale di Grazia Deledda è certamente un capitolo interessante, ma nei romanzi emerge qualcosa di più complesso e universale. Non troviamo tanto una professione di fede esplicita, quanto piuttosto una riflessione profonda sul problema del male, della colpa e della possibilità di redenzione. È una fede che si misura con il dramma umano e che si configura come una via di espiazione in vista di una liberazione interiore».
Che tipo di fede emerge concretamente nei suoi personaggi?
È una fede che nasce dall’esperienza tragica della vita. I personaggi deleddiani sono spesso segnati dal peccato, dalla colpa e da una sofferenza morale profonda. Il peccato non è solo una trasgressione morale, ma una condizione esistenziale che limita la libertà dell’uomo e lo pone di fronte alla necessità di un percorso di riscatto. Tuttavia, questi personaggi conservano sempre una coscienza morale viva e la possibilità di uscire da questa condizione attraverso un cammino di espiazione.
Ci sono personaggi o esempi particolarmente significativi da questo punto di vista?
Certamente. Penso, ad esempio, alla Maddalena ne La via del male, il cui nome non è casuale e richiama chiaramente la figura evangelica della peccatrice redenta. La Deledda attribuisce grande importanza ai nomi dei suoi personaggi, che spesso hanno un significato simbolico e religioso. Anche in altri romanzi, come Elias Portolu, troviamo figure femminili associate a nomi o epiteti di origine biblica, come Columba. Questo dimostra che nessun personaggio è mai totalmente negativo: esiste sempre una possibilità di redenzione.
Anche i titoli e i riferimenti biblici hanno un ruolo importante?
Assolutamente sì. La Deledda attinge profondamente all’immaginario biblico. In Canne al vento, per esempio, i nomi delle protagoniste — Lia, Ester, Noemi — sono chiaramente di origine biblica. Allo stesso modo, il protagonista Paolo de La madre richiama esplicitamente la figura di san Paolo e il conflitto tra il bene che si desidera fare e il male che si compie. Questo conflitto interiore è uno dei nuclei fondamentali della sua narrativa.
Che significato ha tutto questo per il lettore contemporaneo, soprattutto per chi è interessato al tema della fede?
Il punto più importante non è tanto cercare nei romanzi della Deledda una fede formulata in termini teologici, ma cogliere la domanda di fede che emerge dall’esperienza umana dei personaggi. La grandezza della Deledda sta proprio nella sua capacità di esprimere un bisogno universale: il bisogno di una fede incarnata nella vita concreta, capace di confrontarsi con il male, la sofferenza e il limite umano. In questo senso, la sua opera rappresenta una vera vetta antropologica. Pur parlando di uomini e donne profondamente radicati nella Sardegna, la Deledda riesce a parlare dell’uomo universale. È proprio questa capacità di esprimere l’esperienza umana nella sua dimensione più profonda che ha contribuito al riconoscimento del suo valore, culminato con l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura.
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