Il punto

Hospice e dignità umana, la cura come incontro e prossimità autentica Le cure palliative come stile di vicinanza: ogni malato custodisce dignità, relazione e valore umano

Un paziente e un operatore in ospedale

Avvicinarsi alla fragilità dell’uomo significa entrare in uno spazio profondamente umano e, in qualche modo, sacro, dove la vita si manifesta nella sua verità più essenziale. L’esperienza dell’Hospice ci pone davanti a questo mistero con particolare evidenza: ogni persona, anche quando è segnata dalla malattia e dal limite, conserva una dignità inviolabile che non viene meno e che chiede rispetto, cura e accompagnamento.

Come ha ricordato Benedetto XVI, «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente». È in questo rapporto che si gioca la qualità della nostra vita personale e comunitaria. Nel tempo della sofferenza, infatti, il rischio più grande è quello della solitudine. Accade quando il dolore sembra isolare, quando le parole si fanno più rare e quando anche le relazioni possono indebolirsi. In quei momenti, accanto al letto di chi soffre, il tempo sembra rallentare e ogni gesto acquista un peso diverso.

Per questo le cure palliative non sono soltanto un insieme di interventi sanitari, pur necessari e preziosi, ma esprimono uno stile: quello della prossimità. È una presenza discreta e competente, capace di alleviare il dolore e, insieme, di custodire la persona nella sua interezza, senza ridurla alla malattia. La relazione di fiducia diventa allora decisiva: come ricorda papa Francesco, «la malattia ha sempre un volto», e ogni persona chiede di essere riconosciuta nella sua unicità.

L’articolo completo, a firma dell’arcivescovo Baturi, è disponibile domani nel nuovo numero di Kalaritana Avvenire


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