
Un’immagine che simboleggia il rapporto fra pazienti e volontari
Lavoriamo da anni nell’Hospice cittadino in via Jenner, dove ogni giorno incontriamo persone che attraversano l’ultimo tratto della vita. Siamo medici anestesisti, ma prima ancora siamo amici: un legame nato nel lavoro quotidiano e cresciuto nel confronto con la fragilità, che nel tempo è diventato parte del nostro modo di prenderci cura degli altri, rendendo più profonda e consapevole la nostra presenza accanto ai pazienti e alle loro famiglie. L’Hospice non è un luogo di fine. È un luogo di accompagnamento alla vita, anche quando questa si fa segnata dalla malattia. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio assume un valore particolare e diventa parte integrante della cura.
Custodire la vita significa riconoscerne la dignità in ogni respiro, nel rispetto del suo compimento naturale. Anche un sorriso o un gesto di gentilezza, in questo contesto, non sono mai scontati: diventano segni concreti di attenzione, di vicinanza e di amore, capaci di illuminare anche i momenti più difficili. La cura palliativa non riguarda solo il paziente, ma coinvolge la famiglia, gli amici, le relazioni. Accompagnare significa sostenere, ascoltare, condividere, senza sottrarsi alla fatica del dolore e senza cercare scorciatoie. Nessuno è solo: ogni storia si inserisce in una rete di legami che continua a vivere e a generare senso anche nei passaggi più delicati, offrendo sostegno e presenza a chi resta e a chi si prepara al distacco.
La testimonianza completa di due medici che prestano, da anni, servizio presso l’Hospice oncologico gestito dalla Asl di Cagliari è disponibile domani all’interno del nuovo numero di Kalaritana Avvenire
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