
In una spirale la cui fine si fatica a intravedere, la realtà internazionale continua a presentare nuovi versanti di conflitto e con essi fonti di inquietudine, che fanno riecheggiare nelle menti l’ormai celebre definizione di “guerra mondiale a pezzi” utilizzata da Papa Francesco ad inizio 2024: pareva allora improntata a un pessimismo forse sovrabbondante, mentre oggi ci appare il frutto di una lettura realistica degli eventi. Tra i tanti tasselli che ne compongono lo scenario, sono ancora una volta soprattutto le vicende mediorientali a rappresentarne in modo emblematico le dinamiche.
Quale alveo di irrisolte tensioni secolari in termini di rivalità politica, interessi economici e competizione per il controllo delle risorse, per il Medio oriente dalla destabilizzazione presente a più riprese sono già conseguite occasioni di allargamento delle profonde fratture che ne attraversano la storia. Se ne può arginare l’estensione, oggi che anche l’Iran è entrato appieno nel novero dei belligeranti? A dispetto delle rassicurazioni del presidente statunitense, i tempi della pacificazione regionale che dovrebbe seguire le operazioni militari sono quantomai incerti, specie dal momento che il regime di Teheran, sentendosi costretto ad una lotta ’esistenziale’, ha scelto di supplire alla sproporzione di forze con l’allargamento del conflitto a tutti gli avversari regionali. A cominciare da quelli legati agli Stati Uniti e ad Israele da presenza di basi e partecipazione al processo “di Abramo”. I casi emblematici di Bahrein e Emirati Uniti non esauriscono tuttavia il quadro. In questa reazione a catena trovano infatti modo di rigenerarsi altre contrapposizioni – quelle persiano-arabe e quelle confessionali – aumentandosi da parte iraniana il costo strategico della vicinanza diplomatica ai nemici in capo ad Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, allo stesso dialogante Oman. Anche la capacità di controllo sui passaggi navali presso Hormuz manifesta possibilità di risposta geo-economica (peraltro ben conosciute) che mirano all’escalation. A queste circostanze si deve naturalmente aggiungere come, da parte sua, il governo Netanyahu non pare in alcun modo disposto a perdere l’occasione di conseguire il doppio obiettivo della messa in sicurezza dei propri confini settentrionali con il Libano ed ampliare gli spazi di controllo diretto in Cisgiordania, negli stessi luoghi un tempo oggetto del processo di pace ormai dimenticato. L’incendio minaccia di estendersi e Mosca e Pechino non escludono di giocare proprie carte (ed anzi iniziano a farlo, a partire appunto dal settore energetico). Ed infine, anche ammettendo una speculare praticabilità della de-escalation e di rapida soluzione alla crisi, verso quale pacificazione ci si intende orientare? Il precedente irakeno è illustrativo dei rischi del regime-change imposto dall’esterno, specie rispetto all’individuazione di nuove leadership riconosciute e competenti; elemento, questo, di particolare rilevanza di fronte alla opposizione interna al regime teocratico iraniano: prevalentemente giovane e desiderosa di vedere le vessazioni subite infine ripagate da un mutamento reale in termini politici e sociali. Sotto questo punto di vista, neppure le exit strategy afghana e venezuelana appaiono esempi degni di riproposizione.
di Gianluca Borzoni
docente di storia delle relazioni internazionali dell’Università di Cagliari
pubblicato sull’ultimo numero di Kalaritana Avvenire
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