
Costruire percorsi concreti di partecipazione, ascolto e rete attorno alla marginalità nelle aree urbane: questo è l’obiettivo del progetto «Percorsi di Speranza, inclusione e dialogo nelle città metropolitane per il Giubileo 2025», promosso da Caritas Italiana, e sposato dalla Caritas diocesana di Cagliari.
A raccontarlo ai microfoni di Radio Kalaritana sono Filippo Maselli, coordinatore del progetto per la Caritas diocesana, e Caterina Boca, responsabile a livello nazionale. «Questa iniziativa nasce per promuovere una comprensione condivisa della fragilità adulta nelle città metropolitane – spiega Boca . Non si tratta solo di trovare soluzioni immediate, ma di analizzare i fenomeni, costruire linguaggi comuni e imparare a lavorare insieme».
Il progetto coinvolge 14 diocesi italiane e mira a superare la marginalità non solo attraverso interventi concreti, attraverso la creazione di spazi di confronto e partecipazione. «Spesso le persone fragili diventano “oggetto di discussione” senza essere direttamente coinvolte – sottolinea Boca . Noi vogliamo che partecipino, abbiano voce e contribuiscano alla costruzione delle soluzioni».
A Cagliari, il progetto si è concretizzato attraverso laboratori di comunità che coinvolgono ospiti dei dormitori, operatori sociali e istituzioni locali. «Abbiamo attivato lo strumento del “Photo Voice” – spiega Maselli: i partecipanti hanno fotografato i luoghi della città che raccontano il loro passato, il presente e le loro aspirazioni». Le immagini saranno esposte in una mostra all’Exmà il 28 febbraio, stimolando il dialogo con il pubblico.
Percorsi di Speranza prevede inoltre un «World Café», in programma il 17 marzo, aperto a cittadini, istituzioni e stakeholder, con l’obiettivo di elaborare proposte e strategie innovative per affrontare la marginalità urbana. «Non vogliamo interventi temporanei – aggiunge Maselli –. L’obiettivo è costruire una relazione stabile tra istituzioni, operatori e persone fragili, che continui anche oltre il Giubileo».
Inoltre, si mira allo sviluppo di una narrazione condivisa: «Molto spesso le reti territoriali esistono solo formalmente – spiega Boca –. Noi vogliamo capire come funzionano dall’interno e come possano includere realmente chi vive la fragilità. Raccontare le storie, ascoltare le persone, creare legami concreti: questo è il cuore del progetto». Un percorso che non si esaurisce dunque in un evento, ma che punta a trasformare il modo in cui le città guardano e vivono la fragilità.
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