
Studenti in escursione; in alto Chiara Barbieri (Foto Unica)
Le migrazioni, gli scambi commerciali, le colonizzazioni e oggi la globalizzazione: ogni incontro tra popoli ha lasciato segni profondi non soltanto nel DNA, ma anche nelle lingue.
È quanto emerge da un’ampia ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances, che ha analizzato i dati genetici di oltre 4.700 individui appartenenti a 558 popolazioni, confrontandoli con informazioni su migliaia di lingue parlate nel mondo.
Il risultato più sorprendente? Le lingue tendono a diventare più simili quando le popolazioni si incontrano, anche se in modi diversi. La probabilità che due lingue non imparentate condividano elementi aumenta infatti in media dal 4 al 9%.
«Ci ha colpito constatare – spiega Chiara Barbieri, genetista di popolazione e docente all’Università di Cagliari, tra le autrici senior dello studio – come questo effetto sia coerente sia nei contatti più antichi, legati alle migrazioni neolitiche, sia in quelli più recenti, dalle colonizzazioni alla globalizzazione».
Non tutte le caratteristiche linguistiche però si trasmettono con la stessa facilità: suoni e parole viaggiano più facilmente, mentre strutture grammaticali profonde resistono. E in certi casi, osservano i ricercatori, i gruppi scelgono deliberatamente di marcare la differenza linguistica per preservare la propria identità.
Lo studio apre nuove prospettive: se da un lato il contatto tra lingue arricchisce e avvicina, dall’altro può erodere la diversità linguistica, un rischio concreto in un’epoca di migrazioni e globalizzazione.
«Capire i legami tra geni e lingue – conclude Barbieri – significa comprendere meglio la storia dell’umanità e ci aiuta a leggere i cambiamenti che stanno avvenendo nella società di oggi».
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