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In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
(Lc 21, 5-19)
Commento a cura di Diego Zanda
La lieta notizia che il Vangelo di questa settimana ci consegna è la gioia della distruzione. Distruzione, calamità, terremoti, carestie, pestilenze e persecuzioni… che discorsi pieni di gioia! Eppure questa pagina del Vangelo è davvero una pagina piena di speranza.
Entriamo nel merito. Il tempio di Gerusalemme era il tempio dell’antichità, il più grande mai costruito; essendo l’unico per tutto il popolo ebraico (gli altri popoli avevano più templi per più divinità) il tempio di Gerusalemme era immenso: grande quanto il corrispettivo di 18 campi da calcio, occupava un terzo di tutta la superficie cittadina. Erode lo aveva concluso dandogli sfarzo e sontuosità.
L’orgoglio e il vanto del popolo ebraico, come dimostra l’incipit del nostro Vangelo, era pari alla gloria del suo tempio.
Ma c’è un pericolo in questo vanto: pensare che il senso della nostra vita si risolva in ciò che riusciamo a costruire, a fare, a produrre.
Il pericolo è pensare che ciò che riesco a costruire e realizzare in questa terra possa essere per me il fine della mia esistenza.
L’illusione è sperare che ciò che riesco ad ottenere e realizzare possa darmi il compimento che io aspetto dalla mia vita.
La realtà è però un’altra: tutto ciò che parte dall’uomo e finisce nell’uomo è breve e limitato quanto la vita dell’uomo.
La distruzione che annuncia Gesù, che dal tempio si propaga alla natura stessa fino all’intero cosmo, è così un annuncio di speranza: la speranza che i limiti, le fragilità e le contraddizioni della vita avranno una loro vera pienezza alla fine dei tempi.
Una pienezza che solo Dio può dare. Per questo la nostra stessa vita deve essere distrutta: se l’uomo vecchio non viene distrutto non si può avere la pienezza che viene da Dio, non si può cioè entrare nella vita nuova che Gesù, con la sua stessa distruzione in croce, è venuto a donarci.
La croce è il segno «non-segno» del come e quando queste cose accadranno: ogni volta che sperimentiamo la croce (la persecuzione e il martirio ce lo ricordano), ogni volta che facciamo esperienza di distruzione, si apre per noi cristiani la speranza di un compimento che da soli non riusciamo a darci.
Cerchiamo allora di capire questo: per quanto bello, perfetto e maestoso possa essere ciò che riusciamo a costruire in questa vita, rispetto all’opera di Dio sarà sempre qualcosa di estremamente piccolo e fragile.
La vera grandezza del tempio non sono infatti le belle pietre e i doni votivi, ma l’immensa grandezza della presenza di Dio che lo abita e lo pervade.
Allo stesso modo per la nostra vita: essa trova il suo vero significato non nelle opere umane, ma nella presenza di Dio che rende bello e prezioso ciò che sono e porta a vero compimento tutto ciò che faccio.
Alla fine dell’anno liturgico ci protendiamo verso l’Avvento e verso il grido della speranza cristiana: «Vieni Signore Gesù! Vieni e fai nuove tutte le cose».
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