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In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». .
(Gv 6, 51-58)
Commento a cura di Piergiacomo Zanetti
Noi siamo soliti a fare cose. E in questo fare, ad avere il più delle volte successo. Quello che ci racconta questo vangelo è un po’ diverso: prova a guardare anche i fallimenti, da lì troverai energia e vita, liberazione.
Questo è il più grande e sconvolgente messaggio dell’evangelo. La scienza e la sapienza sono emerse così. Guardando in modo diverso il mondo. Con occhi diversi, a partire da quanto ci manca e desideriamo.
Siamo invitati a metterci a tavola, e osservare quanto desideriamo gustare. Guardare anche quanto delude il nostro gusto e quanto invece lo soddisfa. «Come Lui può dare quella carne?», si domandano i giudei. Lui la può dare perché Lui «è» quella carne, Lui «è» quel cibo vero, vivente, disceso dal cielo che sazia.
Al cielo tutti quanti siamo chiamati a ritornare. Il desiderio profondo che ogni uomo è, genera quella fame: fame di assoluto nel nostro quotidiano. Fame di Dio, di infinito, di eterno nel nostro lavoro o nella nostra esistenza.
Abbiamo fame e sete di riuscita, per la nostra vita o quella dei nostri figli. E il Figlio dell’uomo è quel cibo che si fa presente, e la sazia con l’amore. Perché solo il bene disseta.
Questi sono discorsi seri, ma cosa centrano con la mia vita? Come faccio a calarli nella mia esistenza? Guarda la tua giornata: come l’hai spesa? Quella situazione, quel fatto, quell’incontro che sentimento ha generato in te? Se ti ha dato pace, non hai più fame. Ti ha appagato. Questo è il segno per scoprire che Dio lì era presente, e quella pace interiore e spirituale rimane.
La turbolenza interiore, ci dice che dobbiamo ancora camminare perché il Suo regno non era (del tutto) presente. Forse perché le nostre parole, o quelle dell’altro, sono state poco vere o poco aderenti a quello che volevamo dire, e questo crea la turbolenza interiore. Forse ci siamo sentiti non considerati ed è nata la gelosia verso un’altra persona, e quindi eccoci frustrati. Così di seguito scorri la tua giornata, ogni situazione accaduta.
A volte il giudizio sugli altri (o sui noi stessi o sulle situazioni) è troppo stringente e ci rende interiormente aridi, allora prova a lasciarlo andare. Questo è offrire e donare misericordia, darsi respiro. E scoprirai che torna la vita in te!
Tutta questa soddisfazione, vero benessere («essere-bene»), è il pane interiore. Questa è la vita spirituale che Gesù è venuto a svelare e rendere presente. Questo è il cibo di vita eterna, di cui appunto siamo affamati. A noi avvertirla, sceglierla, gustarla.
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