
Invecchiare non significa smettere di vivere pienamente la propria quotidianità. Anche i luoghi della cura sono chiamati a cambiare, mettendo al centro autonomia, relazioni, sicurezza e qualità della vita. Una sfida che coinvolge famiglie e comunità.
È la prospettiva che emerge dalle esperienze della «Residenza anni d’oro» di Quartu Sant’Elena e della comunità integrata «Villa fonti» di Tempio Pausania: due realtà diverse, accomunate dalla volontà di superare il modello tradizionale per trasformare la residenzialità in uno spazio di vita, relazione e partecipazione, aperto all’esterno. «Oggi oltre l’80-85% delle persone anziane che vivono nelle residenze convive con una patologia dementigena», spiega Claudia Murru, medico specialista in medicina preventiva, direttrice sanitaria della Residenza quartese e componente del direttivo di «Aip Sardegna», l’Associazione italiana di psicogeriatria. Una realtà che impone di ripensare ambienti, organizzazione e formazione degli operatori. «La vita delle persone con demenza – sottolinea Murru – deve essere riportata a una quotidianità che sia vita e non solo malattia».
La presa in carico non può limitarsi alla terapia farmacologica e alla riabilitazione, ma deve considerare la storia individuale, le relazioni e il progetto di vita. Anche la non-autosufficienza assume forme diverse, dalle difficoltà nelle attività quotidiane alla solitudine e alle fragilità sociali. Serve quindi un equilibrio tra autonomia e sicurezza. «Non possiamo più accettare che le persone, anche con le loro fragilità, siano messe sotto una teca di vetro» – evidenzia Murru. Gli ambienti diventano parte del percorso: giardini, orti e stimolazioni tattili e sensoriali consentono ai residenti di muoversi e svolgere attività in sicurezza. Alla «Residenza anni d’oro» anche il mare rappresenta un’occasione di autonomia e benessere. La sede ha un accesso diretto alla spiaggia e, durante l’estate, i residenti vengono accompagnati da operatori e familiari. «In acqua, per il galleggiamento, anche persone con difficoltà motorie si sentono di nuovo libere», racconta Murru. Fondamentale è anche il ruolo dei familiari. La Residenza li coinvolge nella quotidianità dei residenti, attraverso ginnastica, teatro e momenti di festa. La stessa filosofia caratterizza «Villa fonti», che accoglie 43 ospiti, soprattutto anziani non autosufficienti o parzialmente autosufficienti, ma anche persone più giovani con patologie psichiatriche o degenerative. «Cerchiamo di uscire dal modello tradizionale della struttura che offre soltanto servizi di cura – spiega il direttore Marco Conti – per trasformarla in un luogo aperto, capace di creare relazioni e connessioni con il territorio». La presa in carico è personalizzata e affiancata da attività culturali, musicali, riabilitative e ricreative. Le famiglie possono accedere senza rigidi orari di visita, mentre il legame con l’esterno passa anche attraverso scuole, volontariato e iniziative culturali. «Villa fonti» ha ospitato bambini delle scuole e dei centri estivi per laboratori e attività condivise e sono previste nuove collaborazioni con la scuola primaria e il liceo artistico di Tempio Pausania. La quotidianità dei residenti è arricchita anche dalla presenza di animali da compagnia, nel rispetto delle necessarie condizioni di sicurezza. «La vita di una persona che necessita di una struttura residenziale non finisce. Può continuare – sottolinea Conti – in maniera dignitosa, stimolante e gratificante, rimanendo parte attiva del territorio». Per consolidare questo modello resta centrale la formazione. Secondo Murru occorre investire maggiormente nella preparazione alla long-term care: accompagnare una persona in una residenza anche per molti anni richiede competenze sanitarie, relazionali e sociali. Un percorso che deve coinvolgere anche familiari e comunità, chiamati a conoscere e riconoscere le fragilità. È questa la direzione delle attività promosse da Aip Sardegna, dalle iniziative contro la solitudine ai Caffè Alzheimer. «L’obiettivo è portare questi temi fuori dalle residenze e costruire una comunità più inclusiva», spiega Murru. In questa prospettiva prende forma anche l’idea di portare a Cagliari un «Alzheimer fest», per riportare nello spazio pubblico il tema della demenza e promuovere una cultura della cura capace di guardare oltre la malattia, mettendo al centro la persona, la sua dignità e la possibilità di continuare a vivere relazioni, esperienze e legami con gli altri.
Maria Chiara Cugusi (Articolo pubblicato su Kalaritana Avvenire dell’11 ottobre)
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