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XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».
Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnào.
Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?».
Ed essi tacevano.
Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
(Mc 9, 30-37)
Commento a cura di Fabrizio Congiu
La liturgia continua ad offrirci la lettura del nono capitolo del vangelo Marco all’inizio del quale è raccontato l’episodio della trasfigurazione, e successivamente di un esorcismo da parte di Gesù.
Nel brano di questa domenica è sempre Gesù il protagonista, che annuncia ai suoi discepoli la sua morte e resurrezione attraverso la sofferenza, collegata alla conversione: chi vuole seguire Gesù deve abbandonare i desideri di grandezza mondana e farsi piccolo come un bambino.
Chi accoglie un bambino nel suo nome si fa ultimo.
Il bambino è quindi colui che fa il percorso da primo a ultimo.
Scendere dal primo all’ultimo posto, corrisponde a un percorso di morte e resurrezione, cioè di conversione.
Accogliere un bambino nel nome di Gesù significa convertirsi, smettere quella tendenza che appartiene all’uomo vecchio, quella inclinazione che porta a cercare i primi posti, il successo, la vanità, l’orgoglio, tutti atteggiamenti che portano sé stessi al centro di tutto.
In positivo significa invece iniziare a prendersi cura degli altri, preoccuparsi degli altri, compiere dei gesti gratuiti nei loro confronti. In una parola: amare.
Amare alla maniera di Gesù che non considerò un tesoro geloso la sua condizione divina ma spogliò sé stesso assumendo la condizione di servo, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,5-11).
Oltre che nell’atto d’amore supremo della croce, dov’è che Gesù si fa piccolo come un bambino?
Per esempio davanti al sommo sacerdote al quale Egli avrebbe potuto fare una lezione di teologia.
Certamente Gesù si fa piccolo davanti ai soldati che vanno ad arrestarlo e ai quali avrebbe potuto anteporre i suoi servitori, che avrebbero combattuto perché non venisse consegnato ai Giudei (cfr. Gv 18,36) come dice egli stesso a Pilato.
Insomma Gesù si fa piccolo tutte quelle volte che avrebbe potuto mostrare una superiorità o un potere che però non gli avrebbe permesso di restare umilmente uomo.
Dov’è che l’uomo si può fare bambino in nome di Gesù nella sua vita quotidiana?
Sicuramente in tante situazioni, per esempio quando vuole aver ragione a tutti i costi, anche quando non è strettamente necessario, ma in nome di Gesù può abbandonare volontariamente questa possibilità.
Per esempio quando anziché dedicare il proprio tempo a un piacevole hobby, sceglie invece di donarlo gratuitamente agli altri, in particolare quando questi sono poveri e sofferenti.
Per esempio quando gli altri parlano male di lui ma egli sceglie di non difendersi, in nome di Gesù tace e lascia che gli altri dicano pure ciò che vogliono.
Gli esempi di gratuità e di umiliazione volontaria possono essere tanti, pur tenendo presente che questa discesa dai primi agli ultimi posti della vita, non è una passeggiata.
È una conversione, una continua morte e resurrezione, un continuo battesimo.
Gesù, dicendo ai suoi discepoli che doveva essere consegnato, ripudiato dai suoi, maltrattato e ucciso, mostra di sapere molto bene qual è il suo destino di grande sofferenza, eppure accetta dentro di sé questa forte umiliazione.
Mentre i suoi discepoli discutono su chi è il più grande, egli abbraccia la sofferenza, perché sa che attraverso l’accoglienza dell’ultimo posto in questa vita umana, avrebbe guadagnato il primo posto accanto al Padre.
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