
Per il sesto anno consecutivo la Sardegna si conferma la regione italiana con la fecondità più bassa e tra le prime per calo demografico.
I dati diffusi dall’Istat fotografano un’isola sempre più segnata dall’«inverno demografico»: nel 2025 il numero medio di figli per donna si ferma a 0,85, in ulteriore diminuzione rispetto allo 0,91 dell’anno precedente.
Il quadro si inserisce in una tendenza nazionale negativa: in Italia le nascite scendono a 355mila (-3,9% sul 2024), mentre i decessi restano elevati (652mila).
Il saldo naturale è così ampiamente negativo, con circa 296mila unità in meno. Ma in Sardegna la situazione appare ancora più critica: la popolazione continua a diminuire a un ritmo sostenuto (-5,1 per mille), terzo peggior dato dopo Basilicata e Molise.
Al primo gennaio 2026 i residenti nell’Isola sono 1.554.490, quasi ottomila in meno rispetto all’anno precedente. Un calo che, su base decennale, diventa strutturale: dal 2016 la Sardegna ha perso oltre 103mila abitanti. Un dato che rende evidente lo svuotamento progressivo del territorio, soprattutto nei piccoli centri, dove si contano ormai 133 comuni sotto i mille residenti.
A preoccupare è soprattutto la composizione per età. Gli under 15 rappresentano appena il 9,37% della popolazione, il valore più basso d’Italia. Vent’anni fa erano quasi il 13%. Cresce invece la quota degli over 65, mentre la popolazione attiva resta sostanzialmente stabile, con implicazioni dirette sulla sostenibilità del sistema economico e del welfare.
Il saldo naturale resta fortemente negativo: nel 2025 i decessi hanno superato le nascite di oltre 12mila unità. Un divario solo in parte compensato dal saldo migratorio positivo, trainato soprattutto dagli arrivi dall’estero.
Gli stranieri residenti sono oggi 57.754, pari al 3,72% della popolazione, una quota ancora molto inferiore alla media nazionale ma in crescita.
«Non perdiamo solo popolazione, perdiamo soprattutto giovani», sottolinea Mauro Carta, presidente delle Acli regionali. «Diminuisce la base demografica e cresce quella anziana, mentre non riusciamo a rafforzare la popolazione attiva». Un fenomeno che rischia di alimentare un circolo vizioso tra bassa natalità, emigrazione e fragilità economica.
Secondo Carta, servono interventi strutturali: contrasto al lavoro povero, investimenti in innovazione e formazione, politiche per attrarre giovani e lavoratori qualificati. «Con stipendi bassi si rinvia la scelta di avere figli o si lascia l’isola», evidenzia. Tra le priorità anche il rafforzamento del sistema educativo e un piano per gestire la crescente domanda di servizi legati all’invecchiamento della popolazione.
A livello territoriale, solo la Gallura registra un lieve segnale positivo, mentre continuano a perdere abitanti anche le aree più popolose come Cagliari e Sassari.
In ben 25 comuni, nel 2025, non è stato registrato alcun nuovo nato: un dato simbolico che racconta più di ogni statistica la profondità della crisi demografica sarda.
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