
La polemica innescata dal presidente americano Trump e dal suo vice Vance contro il Papa e la Chiesa cattolica aiuta, paradossalmente, a comprendere alcuni elementi di fondo. Il Papa ha risposto: «Io non sono un politico», indicando così che la Chiesa attraversa la storia con il mandato del Signore, senza paura degli uomini e senza lasciarsi ridurre a parte di uno schieramento.
La tentazione è quella di piegare la Chiesa a una logica di potere, chiedendole pronunciamenti funzionali a interessi politici. In realtà, la Chiesa afferma la propria alterità: non si identifica con alcun potere, ma annuncia il Vangelo. La dinamica della guerra nasce, come ha ricordato il Papa, da una idolatria di sé, del potere e del denaro, da un delirio di onnipotenza che trasforma gli altri in complici o nemici.
Di fronte a questo, la parola della Chiesa può risultare scomoda, ma non è un’opinione individuale: è un pensiero profondo, che rifiuta una visione in cui la Chiesa debba schierarsi. Il Papa richiama invece il messaggio della risurrezione, che è annuncio di pace: una pace fondata sulla giustizia, sulla dignità dell’uomo e su un amore capace di perdono.
Questo non esclude la dimensione sociale: la morale cristiana ha inevitabili conseguenze per la vita pubblica, perché l’amore a Dio e all’uomo chiede giustizia e fraternità. Ma il fondamento resta un Dio trascendente, che tutti comprende e che rende possibile una comunione più grande di ogni rivalità.
Nella veglia per la pace, il Papa ha pregato Dio perché illumini le coscienze e disarmi i cuori, ma ha anche rivolto un appello agli uomini: «Fermatevi, ascoltate i bambini». È il segno di una fiducia nella coscienza umana, capace di bene.
La pace credibile nasce quando ciascuno si sente coinvolto. La Chiesa è chiamata a essere strumento di riconciliazione, a curare le ferite e a costruire relazioni nuove. Parlare di pace non è evasione, ma indicazione di futuro: appartiene agli uomini della pace, della giustizia e del perdono.
+ Giuseppe Baturi
Arcivescovo
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