
Si intitola «Crocevie del perdono. Perdere e ricostruire la fiducia nelle relazioni», il nuovo libro dello psicologo e psicoterapeuta Rino Ventriglia. Al centro il tema del perdono, parola che sembra quasi scomparsa, come avessimo perso la capacità di accogliere la fragilità dell’altro.
«Nell’epoca moderna e ipermoderna – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana – viene esaltata soprattutto la forza: l’idea di una persona capace di mettere da parte le emozioni, orientata all’efficacia, all’efficienza, al raggiungimento degli obiettivi. Eppure, oggi più che mai, abbiamo bisogno di riscoprire la dimensione della fragilità, o meglio della feribilità. Ognuno di noi è feribile: nella nostra crescita sviluppiamo sì risorse per affrontare il mondo, ma portiamo anche con noi parti sensibili, nate dalla nostra storia. È proprio l’accettazione di queste parti e il contatto con il dolore che ci permettono di comprendere davvero l’altro.
La fragilità può quindi diventare risorsa?
Assolutamente sì. Credo che il mondo abbia bisogno di persone capaci di comprendere e accogliere gli altri. La consapevolezza della fragilità che ci accomuna favorisce la coesione e la cooperazione, ci permette di entrare in relazione autentica. Per questo è necessario sviluppare una maggiore consapevolezza di noi stessi, elaborare il danno subito, rinunciare alla vendetta e al bisogno di risarcimento, e imparare ad attraversare il dolore fino in fondo. È un passaggio difficile, ma fondamentale.
In questo percorso, che ruolo ha il perdono?
Il perdono è un processo interiore che rende possibile un incontro più profondo con l’altro. Quando subiamo un danno, la prima emozione che emerge è la rabbia: è naturale, perché nasce dal desiderio di cambiare qualcosa che ci fa male. Da lì può nascere il desiderio di vendetta o di essere risarciti. Ma se riusciamo a elaborare questi vissuti, arriviamo al cuore della ferita: il dolore. Ed è proprio accettando questo dolore che possiamo aprirci a una nuova relazione con l’altro, fino ad arrivare al perdono.
In un tempo segnato da conflitti e aggressività, come possiamo orientare la nostra crescita personale?
Un primo passo è diventare consapevoli di quelli che potremmo chiamare “virus interiori”: per esempio il bisogno di predominio sugli altri o l’affermazione di sé a discapito degli altri. Riconoscere questi meccanismi è fondamentale, perché solo così possiamo gestire emozioni e comportamenti. Un altro rischio è considerarci soltanto “buoni”, ignorando le nostre parti più oscure. In realtà, riconoscere anche ciò che in noi non funziona ci aiuta a far emergere il bene autentico: il desiderio di amare, di accogliere, di donarci.
E il perdono verso se stessi? È più difficile di quello verso gli altri?
Spesso sì. Il perdono verso se stessi è un processo delicato, perché avviene senza spettatori: ci siamo solo noi, e per chi crede, anche Dio. Richiede consapevolezza dell’errore, riconoscimento del danno fatto e accettazione dei propri limiti. Questo può generare tristezza, ma è importante non trasformarla in giudizi negativi su di sé, come “non valgo nulla”. Se riusciamo a elaborare il rimorso, può emergere qualcosa di molto prezioso: la tenerezza verso noi stessi. Riconosciamo di aver sbagliato, ma anche che non volevamo farlo. Da qui nasce una nuova possibilità: perdonare noi stessi e, di conseguenza, anche gli altri.
Possiamo dire che il perdono è una via per la pace?
Sì, credo proprio di sì. Viviamo in un mondo segnato da conflitti, odio e rabbia. C’è un grande bisogno di pace, ma la vera pace nasce dal perdono. È un processo delicato, ma oggi più che mai necessario.
Qui l’intervista a Radio Kalaritana.
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