Il punto

Santo Stefano a Quartu, una parrocchia radicata nella vita quotidiana Comunità diffusa e corresponsabile: tra calo numerico, sinodalità e impegno laicale per il territorio

La chiesa di Santo Stefano a Quartu Sant’Elena (foto Mario Bellisai)

La chiesa di Santo Stefano di Quartu Sant’Elena non svetta sui palazzi intorno, non domina dall’alto lo stagno di Molentargius, né si erge
con la sua possente mole di cemento armato sul reticolo di strade intestate a campioni della musica classica e protagonisti del socialismo italiano oltre che a insigni letterati.

La costruzione, progettata negli anni Settanta del secolo scorso dall’architetto Francesco Berarducci, è il segno di una chiesa che sta a livello degli uomini, scava nella terra quartese l’altare dell’eucarestia e la sede dove proclama la Parola, si fa ricoprire e «proteggere» da larghe zolle di «Terra bona» e S’Arrulloni.

È l’icona dell’attività pastorale creata a misura delle persone cercate nella loro quotidianità da orientare in senso cristiano. «Appena arrivato nel 2017, per quasi un anno – dice don Giulio Madeddu (59anni, 32 di sacerdozio) – ho promosso tra gli abitanti un “selfie” collettivo sulla parrocchia all’insegna del “Com’è e come vorresti che fosse la comunità di Santo Stefano”. Una foto necessaria per cancellare immagini e dinamiche proprie di una mia esperienza qui di 22 anni fa, quando gli abitanti erano 12 mila, i ragazzi del catechismo circa 700,una settantina per ogni classe di catechismo, altrettanti in prima comunione e in formazione per la cresima. Oggi i numeri sono in calo: nove mila abitanti, 250 ragazzi nei percorsi formativi, con intervenuti epocali cambiamenti sociali, culturali, religiosi».

Una sorta di cammino sinodale ante litteram per armonizzare le diverse provenienze dei fedeli: più vicine al centro storico (a destra di viale Colombo in direzione Poetto), quindi «Is Arenas» il quartiere dell’edilizia più popolare di Quartu, e le altre zone che incorniciano e a volte penetrano profondamente lo stagno di Molentargius. Una parrocchia «diffusa» e ramificata nel territorio con estremità a volte lontane quasi un chilometro e mezzo dalla chiesa, distanze che cominciano a pesare sugli over 70 (sempre più numerosi). «Auspicavo e sognavo – ag-
giunge – una o due strutture succursali polivalenti per rendere ancor più efficace il ruolo di una parrocchia innestata nelle dinamiche quotidiane».

La presenza di un laicato corresponsabile e collaborativo, preziosa in ogni parrocchia, è necessaria e indispensabile nella più estesa comunità cristiana di Quartu città. «L’evento iniziale di un sinodo in progress ha consentito di lavorare molto sulla formazione dei laici. C’erano già persone molto solide perché il mio predecessore, don Tonio Tagliaferri, nei suoi 50 anni di ministero nella “sua Santo Stefano”, curava molto la vita spirituale dei parrocchiani. A questa zoccolo duro laico, di cui conoscevo valore e cultura per i miei sette anni trascorsi in due
tempi diversi da vicario parrocchiale, si sono aggiunte le nuove leve formate negli ultimi anni. All’impostazione di don Tonio si deve l’efficace e costante opera della “Conferenza vincenziana” che cura molto anche la formazione spirituale dei soci».

L’articolo completo su Kalaritana Avvenire, in edicola domani domenica 19 marzo


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