Musica

Clavius, il suono del futuro: Daniele Ledda porta in Europa i suoi «iperstrumenti» Da Cagliari a Varsavia, Cracovia e Copenaghen: un progetto tra tradizione e tecnologia

Si chiama Clavius ed è un progetto che unisce ricerca sonora, costruzione di strumenti e sperimentazione tecnologica. Ideato dal musicista e compositore Daniele Ledda, sarà protagonista di un mini tour europeo con tre tappe a Varsavia, Cracovia e Copenaghen a partire dal 23 maggio. «È un progetto di costruzione di nuovi strumenti musicali – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana – che possiamo definire “aumentati” o “iperstrumenti”. Si tratta di strumenti ibridi: da un lato mantengono un legame con la tradizione, quindi con la produzione acustica del suono – ad esempio corde che vibrano – dall’altro integrano dispositivi digitali e tecnologici che elaborano il suono e altri parametri attraverso sensori.»

Quindi un incontro tra analogico e digitale.
Esattamente. Ma ciò che resta centrale è il gesto esecutivo, il rapporto fisico con lo strumento. L’esecutore continua ad avere un contatto diretto, tattile, con la materia. La tecnologia non sostituisce questo rapporto, lo espande.

Il nome Clavius richiama diversi significati.
Sì, è un nome stratificato. Clavius è innanzitutto un cratere lunare, visibile dalla Terra, citato anche in 2001: Odissea nello spazio. Ma è anche un riferimento linguistico: il suffisso “clavi-” rimanda ai tasti, e quindi a strumenti come clavicordo, clavicembalo o pianoforte. Tiene insieme immaginario scientifico e tradizione musicale.

Il progetto nasce in Sardegna ma si muove in Europa. Che valore ha questo passaggio?
È molto importante. Clavius nasce a Cagliari e mantiene un legame con una sensibilità anche mediterranea, ma poterlo portare a Varsavia, Cracovia e Copenaghen conferma l’universalità del linguaggio musicale. È un lavoro che dialoga con contesti diversi.

C’è anche una rete di collaborazioni dietro il tour.
Sì, è il risultato di una sinergia tra il Circolo Sardegna di Varsavia e gli Istituti Italiani di Cultura delle città coinvolte. Hanno accolto e sostenuto un progetto che rappresenta ricerca e sperimentazione sviluppate negli ultimi sei anni.

Possiamo considerarlo anche un «laboratorio aperto» per il pubblico?
Direi di sì. Clavius invita a ripensare l’ascolto e il rapporto con la musica. Non c’è una frattura tra passato e futuro: esiste un legame continuo tra tradizione, gesto, suono acustico e dimensione digitale. È un percorso senza traumi, ma in evoluzione.

La tecnologia sta cambiando anche la musica.
Assolutamente. Come tutte le attività umane, anche la musica è immersa in questo processo. Non può esserne esclusa: è parte integrante di questa trasformazione.

Qui l’intervista integrale a Radio Kalaritana.


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