
Il Consiglio direttivo della Conferenza nazionale universitaria dei poli penitenziari | Foto UniSS
Non soltanto un progetto universitario, ma un modello di giustizia che investe sulla persona, sulla conoscenza e sul bene comune. Il Polo universitario penitenziario dell’Università di Sassari conquista il massimo riconoscimento nella Valutazione della qualità della ricerca (Vqr): con 38 punti su 40, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca lo colloca nella classe A – eccezionale, facendone il migliore progetto di «Terza missione» dell’ateneo sassarese, e uno dei casi più significativi nel panorama nazionale. Dietro il risultato non c’è soltanto un’eccellenza accademica, ma c’è la convinzione che il diritto allo studio non si interrompa davanti alle mura di un carcere e che la formazione possa diventare uno degli strumenti più efficaci per costruire sicurezza sociale e restituire dignità alle persone.
La valutazione dell’Agenzia nazionale premia un progetto capace di coniugare rigore scientifico e impatto concreto. I valutatori hanno riconosciuto l’efficacia del modello adottato dal Polo universitario sassarese, evidenziando come l’investimento di circa 300mila euro produca un beneficio economico stimato in un milione e mezzo di euro grazie alla riduzione della recidiva. Un ritorno che va ben oltre il dato economico: significa meno reati, meno vittime e maggiori possibilità di reinserimento. «Noi non ci occupiamo di rieducare – chiarisce Emmanuele Farris, delegato del Rettore per il Polo universitario penitenziario. La rieducazione spetta all’amministrazione penitenziaria. L’Università fa ciò che le compete: offre formazione, cultura, strumenti professionali e accompagna le persone nel loro percorso di crescita. È questo il nostro compito istituzionale». Nato nella forma attuale nel 2014, ma con radici che risalgono alle prime esperienze universitarie organizzate perfino nell’ex carcere dell’Asinara, il polo sassarese opera oggi in una realtà estremamente complessa. Gli accordi coinvolgono gli istituti penitenziari di Sassari-Bancali, Alghero, Tempio e Nuoro, oltre a numerosi detenuti trasferiti in altre strutture della Sardegna e della penisola, grazie alla collaborazione della rete nazionale dei Poli universitari penitenziari. Ogni studente continua il proprio percorso anche quando viene trasferito, senza perdere il diritto alla formazione. L’Anvur ha sottolineato anche un altro primato: il Polo universitario registra un’incidenza di studenti detenuti pari al 5,7% della popolazione carceraria, quasi tre volte la media italiana, ed è stato il primo in Italia a dotare tutte le aule penitenziarie di infrastrutture tecnologiche certificate, sperimentando soluzioni oggi adottate anche a livello ministeriale. Ma il cuore del progetto resta la relazione educativa. Ogni percorso viene costruito attorno alla persona. Oltre cinquanta tutor affiancano gli studenti, mentre una ventina di unità tecnico-amministrative segue la gestione quotidiana del Polo.
I docenti entrano regolarmente negli istituti penitenziari, organizzano seminari, sostengono gli studenti negli esami e costruiscono una didattica flessibile, capace di adattarsi alle diverse condizioni detentive. «Il nostro modello – racconta Farris – punta molto sull’autonomia dello studente. Il docente introduce il corso, i tutor accompagnano quotidianamente il percorso e poi si torna in carcere per approfondire gli argomenti più complessi. Quando un professore entra in un istituto penitenziario porta molto più di una lezione: porta entusiasmo, apre prospettive, allarga gli orizzonti. L’Università non è fatta solo di esami ma di incontri, stimoli, autonomia e crescita e noi portiamo questo ad ogni nostro studente». Oggi gli iscritti frequentano una quindicina di corsi di laurea appartenenti a circa metà dei dipartimenti dell’Ateneo. Le aree più richieste sono quelle umanistiche, economico-giuridiche e, in maniera particolarmente significativa, le scienze agrarie e agrozootecniche. Non mancano studenti impegnati in tirocini sul campo, perfino negli scavi archeologici o nelle aziende agricole, quando il percorso penale consente gradualmente attività esterne. Accanto alla formazione universitaria trovano spazio laboratori professionalizzanti, iniziative artistiche come LiberArte, attività teatrali ispirate a Shakespeare e percorsi dedicati alle filiere produttive del territorio sardo. L’obiettivo è costruire competenze realmente spendibili nel mondo del lavoro. Il progetto guarda soprattutto al delicato passaggio tra il dentro e il fuori. «La fase dell’uscita dal carcere – osserva Farris – è più fragile. È lì che servono istituzioni presenti. I nostri tutor accompagnano gli studenti anche nelle cose più semplici: prendere un autobus, raggiungere una lezione, imparare a muoversi nell’università. È un modo concreto per restituire autonomia e responsabilità». Tra le innovazioni più significative figura anche la convenzione che permette agli studenti detenuti ammessi alle misure alternative di essere ospitati negli alloggi universitari dell’Ersu, riconosciuti come sedi idonee all’esecuzione penale esterna. Una scelta che evita l’interruzione degli studi proprio nel momento più delicato del reinserimento.
Erika Pirina (Articolo pubblicato sul numero di Kalaritana Avvenire del 12 luglio)
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