
Su TikTok in questi giorni è facile imbattersi in caroselli pieni di foto scolastiche, che ricordano momenti divertenti e altri più difficili, accompagnate dalle note struggenti di una vecchia canzone: «Adesso scrivi: “Aspettami”. Il tempo passerà, un anno non è un secolo. Tornerò». È un trend simile ad altri, ma fa intuire come i ragazzi e le ragazze vedano la scuola che sta per ripartire: è un po’ un «trauma», perché ricomincia una rigida routine, ma è anche un tornare in un luogo familiare, dove si riprende il filo di una compagnia che segna la propria crescita. Il primo esercizio della ripresa dovrebbe essere quello di accendere lo sguardo e l’ascolto sulle vite e sulle domande di chi, alla prima campana, riprenderà il suo posto tra i banchi. Lo ha mostrato Leone XIV rivolgendosi ai docenti all’Università «Sapienza» di Roma: «È di estrema importanza credere nei vostri studenti e nelle vostre studentesse. Perciò, domandatevi spesso: ho fiducia in loro?» (14 maggio 2026). La scuola deve partire da una «scommessa», che possiamo esprimere con le parole di san Giovanni Bosco: «In ogni giovane […] c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto». Quel «punto» ha a che fare con il desiderio, con la ricerca di una propria strada nella vita, che il nostro clima culturale contribuisce troppo spesso a spegnere: «È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. […] Noi siamo un desiderio, non un algoritmo!» (discorso alla «Sapienza»). Si tratta di ridestare questo desiderio. In fondo, fare scuola, con le ore in classe, le attività, le uscite e tanto altro, è servire la vita e la speranza dei più giovani. Per questo insegnare «è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare. […] Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, […] è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità» (discorso alla «Sapienza»). Al Meeting di Rimini, Leone XIV ha richiamato «il rischio educativo» di cui parlava don Giussani: il metodo più capace di bene «non è quello che vive di fuga dalla realtà, […] ma quello che vive della promozione del bene nel mondo». Non un fortino in cui difendere i ragazzi dal reale, ma il luogo dove la realtà viene scoperta nella sua interezza. Tutti sono chiamati a cooperare a questa «impresa»: istituzioni, docenti, studenti. Per questo vale la pena di dare il meglio, donando sé stessi.
don Roberto Piredda, direttore per l’Ufficio della pastorale scolastica (articolo apparso su Kalaritana Avvenire di domenica 13 settembre)
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