
Per quattro giorni fuori durante la battaglia si sono affrontati Doria e Aragonesi, hanno sfilato cavalieri, risuonato le armi e preso vita accampamenti e antichi mestieri. Dentro il monastero, invece, la storia ha incontrato una memoria differente. Quella che non ricostruisce il passato, ma lo interroga alla luce del presente.
La XIV Bastida di Sorres, organizzata dall’Associazione Bastida di Sorres e dal comune di Borutta, conclusasi domenica 20 settembre dopo quattro intense giornate, può essere raccontata anche da questa prospettiva: quella della comunità benedettina di San Pietro di Sorres, che negli anni ha progressivamente aperto le porte del monastero alla manifestazione e alle migliaia di persone che raggiungono il colle di Borutta.
A offrire la chiave di lettura è stato l’abate padre Luigi Tiana, che durante la celebrazione eucaristica di domenica ha preso spunto proprio dalla Bastida per trasformare l’immagine medievale della fortezza in una domanda rivolta all’uomo contemporaneo.
«L’uomo di ogni tempo costruisce “bastide” – cioè fortezze, mura e barriere per difendere privilegi e territori», ha ricordato nell’omelia. Ma la Parola di Dio, ha aggiunto, invita a guardare oltre «le nostre paure e ricerche di sicurezza».
Un passaggio che acquista una forza particolare mentre, a pochi metri dalla chiesa, la rievocazione riporta alla memoria antiche battaglie. Padre Tiana ha indicato la differenza tra la rievocazione, che attraverso la ricostruzione rende presente alla mente un avvenimento passato, e il memoriale cristiano celebrato nell’Eucaristia, che per la fede rende presente e operante l’azione salvifica di Cristo.
E proprio mentre Sorres ricordava scontri e contese di secoli lontani, il pensiero dell’abate è andato alle guerre del presente e «a quei popoli che ancora oggi sperimentano la brutalità della discordia, dell’odio e della guerra». Da qui l’invito conclusivo: lasciarsi trasformare «da spettatori della storia in artigiani di pace, capaci di abbattere le fortezze dell’indifferenza per edificare un mondo di comunione, di fraternità, di giustizia e di riconciliazione».
È forse in queste parole che si comprende meglio anche il rapporto costruito negli anni tra la Bastida e il monastero.
San Pietro di Sorres non è infatti soltanto lo straordinario fondale architettonico della manifestazione. È una comunità religiosa viva, che ha fatto dell’accoglienza uno dei modi concreti attraverso cui interpretare la Regola benedettina. Una disponibilità che durante la Bastida diventa particolarmente visibile: la foresteria accoglie ospiti e rievocatori, gli spazi monastici entrano nel percorso della manifestazione e la comunità incontra un pubblico molto più ampio di quello che abitualmente raggiunge il monastero.
Quest’anno lo si è visto anche nella partecipazione alle visite. La biblioteca monastica, aperta al pubblico dopo lungo tempo, ha richiamato numerosi visitatori, offrendo l’opportunità di entrare in uno degli ambienti che meglio testimoniano la secolare relazione tra vita monastica, studio, conservazione e trasmissione della cultura.
Anche la Foresteria ha registrato il tutto esaurito durante il fine settimana, così come le strutture ricettive del Meilogu. E nel corso della manifestazione la comunità dei monaci si è aperta ulteriormente agli ospiti: i giovani monaci vietnamiti presenti a Sorres hanno contribuito all’accoglienza, aprendo il giardino e partecipando alla preparazione dei pasti.
Piccoli gesti che raccontano una realtà nella quale la Regola non rimane una formula custodita tra le mura, ma diventa stile quotidiano di vita: preghiera, lavoro, accoglienza, ascolto e condivisione.
È anche per questo che il monastero appare oggi sempre più integrato nella vita di Borutta e del Meilogu. La relazione con il territorio passa attraverso l’ospitalità della Foresteria, le attività culturali, la valorizzazione del patrimonio e anche esperienze più recenti come il Birrificio di Sorres, con le birre d’abbazia, che hanno creato ulteriori occasioni di incontro intorno al complesso monastico.
La Bastida rende particolarmente evidente questa relazione. Migliaia di persone arrivano per assistere alle battaglie e agli spettacoli, ma molte finiscono per attraversare anche altri luoghi: la chiesa, il monastero, la biblioteca, il museo, il giardino. La rievocazione diventa così anche una porta attraverso la quale avvicinarsi a una presenza religiosa che appartiene profondamente alla storia e al presente del territorio.
C’è infine un’immagine dell’omelia di padre Luigi Tiana che sembra riassumere il senso di queste giornate. Da una parte le fortezze medievali, ricostruite per comprendere la storia; dall’altra le tante “bastide” che l’uomo continua a costruire dentro e attorno a sé.
La memoria, allora, acquista valore quando aiuta a leggere il presente. A Sorres le antiche battaglie possono essere rievocate. Quelle contemporanee chiedono invece uomini e donne capaci di costruire pace. Ed è forse questo il messaggio più profondo che, terminate le armature e spento il rumore delle armi, rimane sul colle di San Pietro di Sorres.
Erika Pirina
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