
La manifestazione degli operai
La crisi del polo industriale di Portovesme torna al centro del confronto. I lavoratori delle ditte d’appalto si sono riuniti per fare il punto sul futuro della centrale elettrica e sulle prospettive occupazionali del territorio.
«Siamo in una fase molto delicata – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana, il segretario regionale dei metalmeccanici della Cgil, Roberto Forresu – nella quale ai massimi livelli istituzionali si sta discutendo delle principali vertenze che riguardano il territorio. La scorsa settimana abbiamo avuto un incontro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulla vertenza dell’ex Alcoa e siamo stati nuovamente convocati per il 7 ottobre. Parallelamente, sul territorio stiamo interloquendo con le istituzioni, le associazioni datoriali, le agenzie di formazione e l’assessorato al Lavoro. L’obiettivo è fare tutto il possibile affinché parta una programmazione seria per la riqualificazione e la formazione dei lavoratori. È un aspetto importante, perché fotografa la gravità del momento ma, allo stesso tempo, prova a individuare soluzioni per il futuro più immediato.
In questo quadro si inserisce anche la situazione della centrale Enel di Portovesme. Cosa accadrà nelle prossime settimane?
Il 6 ottobre è prevista una fermata programmata della centrale Enel per consentire una serie di interventi di manutenzione, che dovrebbero durare circa dieci settimane. Abbiamo però appreso che, ancora una volta, Enel tende a far arrivare una parte consistente della manodopera dall’esterno e ad affidare una quota importante dei lavori a società che non operano nel territorio. Per noi questa è una stortura che deve essere affrontata e che siamo pronti a contrastare.
Perché considerate questa scelta particolarmente problematica?
Perché da una parte stiamo cercando di costruire percorsi di riqualificazione per lavoratori che, anche attraverso gli ammortizzatori sociali, rischiano di perdere il posto di lavoro. Dall’altra, proprio quando si presenta un’opportunità, seppur temporanea, di rioccupare queste persone, si decide di affidare il lavoro a manodopera proveniente dall’esterno. In questo modo si alimenta ulteriormente la concorrenza tra aziende e lavoratori e, di conseguenza, aumenta la precarietà.
Continuerete a chiedere un coinvolgimento delle istituzioni e siete pronti a nuove mobilitazioni?
Assolutamente sì. Continueremo a far sentire la nostra voce, anche perché le vertenze storiche del territorio sono tutt’altro che risolte. Per quanto riguarda l’ex-Alcoa, abbiamo pochissimi lavoratori rimasti in attività. Nell’ottobre 2023 erano 123 e, secondo il programma e il piano industriale presentato dall’azienda, il numero avrebbe dovuto progressivamente aumentare. Oggi, a distanza di circa tre anni, siamo scesi a meno di 60 lavoratori. Quindi, anziché aumentare la forza lavoro, l’abbiamo ulteriormente ridotta. Quello che è successo è ormai storia e non c’è bisogno di ripeterlo.
E anche nelle altre grandi aziende la situazione rimane molto difficile.
Sì. Nell’ultimo anno abbiamo perso circa mille posti di lavoro. All’interno dello stabilimento della Portovesme srl erano presenti circa 1.500 dipendenti, mentre oggi sono poco meno di 500. Abbiamo quindi perso circa mille posti di lavoro. Per quanto riguarda Glencore, inoltre, non si intravede al momento una via d’uscita. Ora si aggiunge anche la questione della centrale Enel, che a breve potrebbe avere un futuro differente. In questo scenario ci sembra davvero paradossale che, proprio nel momento in cui potrebbe esserci una possibilità di occupazione, anche se temporanea, questa opportunità venga affidata ad altri lavoratori e ad altre imprese.
Quali saranno, dunque, le prossime iniziative del sindacato?
Chiederemo a Enel di rispondere di questa scelta e, allo stesso tempo, coinvolgeremo l’assessorato regionale all’Industria, la presidente della Regione e il Ministero, che fino a oggi, secondo noi, non ha affrontato adeguatamente il tema degli appalti Enel. Noi continueremo a dire la nostra e a farlo con tutti gli strumenti a disposizione. Se sarà necessario, alzeremo la voce, protesteremo e ci faremo sentire. Il territorio non può permettersi di perdere altre opportunità di lavoro mentre migliaia di persone attendono risposte sul proprio futuro.
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