dianoia

Prendersi cura dei malati è prendersi cura della carne di Cristo La partecipazione a un convegno medico sulle terapie intensive offre a monsignor Giuseppe Baturi l'occasione per riflettere sul significato della cura: dalla relazione di fiducia tra medico e paziente alla presenza della comunità cristiana accanto a chi soffre, perché nessuno sia lasciato solo nella malattia

La partecipazione a una tavola rotonda all’interno di un convegno medico sulle terapie intensive mi ha fatto ancora una volta pensare con ammirazione all’azione di tanti medici che, negli ospedali, nei luoghi di cura e nelle case degli ammalati, si piegano sulla loro carne tentando di dare risposta al bisogno di salute.

È davvero importante. Noi cristiani sappiamo e professiamo l’Incarnazione di Dio. Per entrare davvero nel mistero dell’Incarnazione bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, che è carcerata. Prendersi cura degli ammalati è prendersi cura della carne di Cristo. Ne va della dignità e dell’umanità delle persone e dell’intera società.

Benedetto XVI diceva che «la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente». Se non facciamo compagnia a queste persone, a questi nostri fratelli, se non ci prendiamo cura di loro anche quando non è possibile la guarigione, allora davvero siamo meno umani, più crudeli e certamente più disumani.

Noi cristiani ci accostiamo ai malati – insieme a tutti gli uomini di buona volontà – pensando al grande mistero che è la sofferenza, ma anche a quel grande paziente che è Cristo e a quel grande medico delle anime e dei corpi che è lo stesso Cristo. E infatti guariva. Guariva entrando in una relazione di simpatia: toccava il lebbroso, chiedeva ai malati se volessero guarire, domandava «Che cosa vuoi che io faccia?», stabilendo un rapporto all’interno del quale era possibile esprimere la fede e, per quanto riguarda la relazione terapeutica, la fiducia.

La fiducia è davvero un elemento importante, perché è come un ponte che consente di collegare chi cura e chi è curato in una comunità profonda e sincera di destino. San Giovanni Crisostomo diceva che Cristo è venuto a prendersi le nostre infermità e a donarci il divino. E così il medico che non si fa carico della malattia non la sa curare. Colui che non è malato con il malato non gli può dare la salute. Ciò significa che è necessaria una simpatia, una capacità di compatire, di stare insieme al malato, di sentire in sé la sua sofferenza, i suoi bisogni di salute, la sua nostalgia di salvezza, le sue domande sul perché e sul destino, la ricerca di una speranza.

La malattia domanda infatti senso e diventa una domanda di senso rivolta a Dio, ma in qualche modo rivolta a ogni uomo. Come cristiani ci sentiamo impegnati a stare accanto a ogni malato con questa simpatia, che diventa una presenza capace di rompere la solitudine, una presenza d’amore.

È ciò che dobbiamo fare dappertutto. Come Maria stette sul Golgota sotto la croce, così la comunità cristiana è chiamata a stare accanto a ogni uomo che soffre, nel segno dell’accoglienza e della misericordia. Prendersi cura dei malati fa parte integrante della missione della Chiesa, così come guarire, per esprimere la compassione di Dio, è una delle missioni che i Vangeli documentano di Cristo. Lo facciamo con grande simpatia, nella speranza che l’umano sia davvero salvato dalla grande misericordia di Dio.

«Dianoia» può essere seguito ogni sabato su Radio Kalaritana alle 7.30, 15.30 e 18, letto sul sito Kalaritana Media e ogni domenica sull’inserto settimanale «Kalaritana Avvenire», disponibile nelle parrocchie e in tutte le edicole della Sardegna.

di Giuseppe Baturi 
+Arcivescovo


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