«Amerai il Signore tuo Dio». Due comandamenti per un amore incarnato Commento al vangelo della XXX domenica del tempo ordinario (anno A) a cura di don Giulio Madeddu

25 ottobre 2026 – XXX domenica del tempo ordinario (anno A)

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 22,34-40)

In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».

Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».


Nel Tempio di Gerusalemme prosegue il confronto tra Gesù e le autorità religiose. Dopo la questione del tributo a Cesare e quella della risurrezione dei morti, i farisei tornano a interrogarlo. Questa volta è un dottore della Legge a porre la domanda: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?» (Mt 22,34-40).

La domanda si inserisce in una discussione importante per il giudaismo del tempo: come riconoscere, tra i numerosi precetti della Legge, ciò che è veramente essenziale? Gesù non introduce una nuova norma, né si limita a sceglierne una tra le tante. Richiama due comandamenti già presenti nella Scrittura e li pone in una relazione così stretta da farne il criterio per comprendere tutti gli altri.

Al centro della fede non colloca anzitutto qualcosa da osservare, ma una relazione da vivere.

Amare Dio con tutto ciò che siamo

«Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Gesù riprende le parole del Deuteronomio, appartenenti allo Shemà Israel, la grande professione di fede che accompagna quotidianamente la preghiera del popolo ebraico. La ripetizione di quel «tutto» è significativa. L’amore per Dio non riguarda soltanto la dimensione religiosa della nostra esistenza, come se fosse un’attività da aggiungere alle altre.

Il cuore, nel linguaggio biblico, è il luogo delle decisioni; l’anima richiama la vita nella sua interezza; la mente esprime la capacità di comprendere, riflettere e discernere. Amare Dio significa dunque coinvolgere tutta la persona, senza separare la fede dalle scelte, la preghiera dal lavoro, la celebrazione dalla vita quotidiana. Non si tratta di provare continuamente un sentimento intenso verso Dio. L’amore biblico è soprattutto fedeltà, ascolto, orientamento dell’esistenza. Possiamo moltiplicare le pratiche religiose e tuttavia lasciare che siano altri criteri a guidare le nostre decisioni. Il comandamento ci domanda invece di riconoscere in Dio il riferimento fondamentale della nostra libertà.

Non basta riservare a Dio uno spazio nella vita: siamo chiamati a vivere tutta la vita alla sua presenza.

Un amore che prende carne

Gesù avrebbe potuto fermarsi qui. La domanda riguardava il comandamento più grande, e la risposta era già completa. Invece aggiunge: «Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». Anche questa parola appartiene alla Scrittura, precisamente al Levitico (19,18). La novità non consiste nell’inventare un comandamento sconosciuto, ma nel legarlo al primo in maniera inseparabile.

Gesù non dice che i due comandamenti sono identici. L’amore per Dio rimane il primo e il più grande. Ma il secondo gli è «simile»: non può essere considerato un’aggiunta facoltativa, qualcosa di importante soltanto dopo aver soddisfatto tutti gli obblighi religiosi.

Siamo chiamati a sfuggire alla tentazione di vivere un «amore angelicato», fatto di sentimenti elevati, di parole spirituali e di una devozione che sembra rivolgersi a Dio senza mai incontrare davvero le persone. L’amore cristiano, invece, è un amore incarnato. Ha bisogno di volti, di storie, di relazioni concrete. Si misura con la fatica dell’ascolto, con le differenze che talvolta ci infastidiscono, con le fragilità che chiedono attenzione, con il perdono che costa.

Non possiamo amare un Dio invisibile ignorando il fratello che abbiamo davanti. Lo ricorda la prima lettera di Giovanni: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).

Questa parola interpella direttamente le nostre comunità. Possiamo curare con attenzione le celebrazioni, organizzare momenti di preghiera, difendere le tradizioni e nello stesso tempo tollerare divisioni, giudizi reciproci, esclusioni e indifferenza.

Una comunità non diventa più cristiana soltanto perché moltiplica le attività religiose. Lo diventa quando la fede celebrata si trasforma in amore vissuto.

«Come te stesso»: riconoscere una dignità condivisa

C’è un’espressione del secondo comandamento che rischiamo di ascoltare distrattamente: «Come te stesso». Gesù non invita a disprezzare se stessi per amare gli altri. Assume invece come riferimento quella cura che ciascuno, naturalmente, riserva alla propria vita. Abbiamo bisogno di essere ascoltati, rispettati, compresi. Desideriamo che i nostri errori non diventino l’unica misura con cui veniamo giudicati. Chiediamo che siano riconosciute la nostra dignità e le nostre possibilità di crescita.

Ebbene, il prossimo ha diritto alla stessa attenzione. Amare «come se stessi» significa imparare a riconoscere nell’altro bisogni, attese e fragilità che non sono meno importanti dei nostri. Questo criterio è particolarmente esigente nella vita comunitaria. Spesso siamo molto sensibili a ciò che ci riguarda personalmente, mentre fatichiamo a comprendere le ragioni, le difficoltà e le sensibilità degli altri. Vorremmo essere accolti senza pregiudizi, ma talvolta siamo pronti a classificare le persone. Chiediamo comprensione per i nostri limiti, ma diventiamo severi davanti a quelli altrui.

L’amore comincia a diventare evangelico quando impariamo a riconoscere nell’altro la stessa dignità che desideriamo sia riconosciuta a noi.

Il criterio che dà senso a tutto il resto

«Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Il verbo utilizzato da Matteo suggerisce l’immagine di qualcosa che rimane sospeso, sostenuto da un punto di appoggio. Tutta la Legge e i Profeti trovano in questi due comandamenti il loro fondamento e il criterio della loro interpretazione.

Gesù non dichiara inutili le norme, i riti o le tradizioni. Ci ricorda però che nessuno di questi elementi può diventare un fine in se stesso. Le regole servono a custodire la vita, non a soffocarla. Le celebrazioni devono alimentare la comunione con Dio e tra le persone. I ministeri e le responsabilità ecclesiali trovano il loro significato nel servizio, non nel prestigio o nel potere. Quando perdiamo di vista l’amore, anche le cose religiosamente più importanti rischiano di svuotarsi del loro significato.

Il Vangelo di questa domenica ci consegna dunque un criterio semplice e insieme esigente per verificare la nostra fede e la vita delle nostre comunità. Non basta domandarci se osserviamo i comandamenti, se partecipiamo alle celebrazioni o se svolgiamo con impegno i nostri compiti. Dobbiamo chiederci se tutto questo ci sta aiutando ad amare di più Dio e le persone che incontriamo.

Il cristianesimo non ci propone un amore angelicato, che si mantiene al riparo dalla complessità delle relazioni, ma un amore incarnato, che attraversa la vita reale e si lascia interrogare dai bisogni degli altri. Perché possiamo conoscere molte cose della fede, rispettare molte regole e compiere molte attività. Ma se l’amore per Dio non prende carne nell’amore del prossimo, rischiamo di perdere proprio ciò che dà senso a tutto il resto.

Don Giulio Madeddu (da pastoralmente.it)


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