
La Sardegna si prepara a far sentire la propria voce nella mobilitazione nazionale contro la revisione dei criteri che definiscono i comuni montani. Il prossimo 18 novembre sindaci provenienti da tutta Italia si ritroveranno a Roma, in piazza Colonna, per contestare gli effetti del nuovo provvedimento promosso dal governo e dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli.
Al centro della protesta c’è il rischio che numerosi comuni, finora riconosciuti come montani, perdano questo status, con conseguenze sull’accesso ai finanziamenti e sulle misure di sostegno. Una questione che, secondo Daniela Falconi, sindaca di Fonni e presidente di Anci Sardegna, non può essere affrontata guardando soltanto alle caratteristiche geografiche dei territori.
«In Sardegna – sottolinea Falconi ai microfoni di Radio Kalaritana – abbiamo già incontrato i parlamentari e siamo stati auditi dalla Commissione della Camera sull’insularità, insieme a Uncem Sardegna, per spiegare che la montanità non è soltanto una questione di altitudine e pendenza. Bisogna considerare anche la distanza dai servizi, le difficoltà per raggiungere ospedali e scuole e le condizioni in cui vivono le comunità più periferiche».
Il rischio per scuole e servizi essenziali
La preoccupazione riguarda soprattutto le conseguenze concrete della perdita dello status. In territori già segnati dallo spopolamento e dall’isolamento, il venir meno delle tutele potrebbe aggravare le difficoltà nel mantenere servizi essenziali, a partire dall’istruzione.
«Un comune montano può avere classi con appena dieci alunni. Se vengono meno le condizioni che consentono di mantenere questi servizi, rischiamo una catastrofe per le scuole dei nostri territori», avverte la presidente di Anci Sardegna.
Per Falconi, dunque, la protesta non riguarda esclusivamente le risorse economiche. «Non ne facciamo soltanto una questione di finanziamenti, ma di dignità dei comuni più marginali e periferici. In Sardegna, a queste difficoltà si aggiunge anche il fattore dell’insularità».
Criteri troppo rigidi per le aree interne
La revisione normativa nasce anche dall’esigenza di aggiornare una disciplina risalente agli anni Cinquanta, che nel tempo ha prodotto classificazioni considerate non sempre coerenti con le caratteristiche dei territori. Ma, secondo Falconi, i nuovi parametri rischiano di penalizzare proprio quelle comunità che, pur non essendo propriamente montane, soffrono condizioni strutturali di isolamento.
«Non critichiamo a priori la revisione della legge: era necessario intervenire su alcune situazioni. Il problema è il criterio troppo rigido adottato, che rischia di penalizzare comuni che vivono già una condizione di marginalità cronica», spiega.
Le ricadute possono riguardare anche i cittadini e le attività quotidiane. Falconi cita, tra gli esempi, i costi legati agli atti di compravendita di immobili e terreni, che possono pesare maggiormente nelle realtà dove lo spopolamento rende già difficile mantenere servizi e attività economiche.
Alla mobilitazione aderiranno anche amministratori di altre regioni, tra cui Molise, Toscana e Sicilia, accomunati dalle preoccupazioni per le conseguenze della nuova classificazione.
L’obiettivo è chiedere al governo criteri capaci di riconoscere le peculiarità dei territori e le difficoltà effettive delle comunità. «Se applichiamo la norma senza considerare queste differenze, rischiamo di condannare i nostri comuni a un destino difficile», conclude Falconi. La sfida è evitare che la revisione dei parametri si trasformi in un ulteriore ostacolo alla sopravvivenza delle piccole comunità e al diritto dei cittadini a vivere nei propri territori.
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