
Don Mariano e gli animatori della pastorale giovanile diocesana
Don Mariano Matzeu, classe 1985, sacerdote dal 2010, guida da alcuni anni l’Ufficio diocesano di pastorale giovanile. È parroco di Sanluri e docente presso l’Istituto superiore di scienze religiose di Cagliari e, più recentemente, è stato nominato incaricato regionale per la pastorale giovanile, con il compito di mettere in rete e favorire la comunione tra i diversi uffici di pastorale giovanile delle dieci diocesi sarde.
A lui abbiamo voluto rivolgere alcune domande a partire, ma solo a partire, dalle considerazioni emerse durante il percorso di riflessione sugli oratori promosso, nell’ultimo anno, dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile attraverso un tavolo di studio e ascolto. Un percorso che si è intrecciato con quello legislativo sull’educazione non formale, culminato nei mesi scorsi nell’approvazione della legge 23 luglio 2026, n. 135, che riconosce per la prima volta nell’ordinamento italiano il ruolo educativo di centri estivi, oratori e realtà associative. Anche nella nostra Diocesi, dallo scorso anno, è in corso una proficua esperienza di rete tra gli oratori, attraverso un tavolo di coordinamento che rappresenta uno spazio stabile di confronto, condivisione e accompagnamento. Un’occasione, dunque, per guardare al tema non soltanto in una prospettiva nazionale, ma anche a partire dal nostro contesto cagliaritano e, più in generale, sardo, tenendo presente che la riflessione sulla pastorale giovanile non si esaurisce nella questione degli oratori, ma abbraccia l’ampio e poliedrico mondo giovanile.
Don Mariano, nel percorso del Tavolo di studio sull’identità dell’oratorio è emerso il bisogno dei giovani di trovare identità e appartenenza. Attraverso i campi estivi e le attività parrocchiali, gli oratori della diocesi mostrano come questa esigenza sia oggi particolarmente presente. Che cosa racconta la partecipazione di ragazzi e famiglie provenienti da realtà sociali, culturali e familiari sempre più diverse e spesso segnate da fragilità?
Credo che ciò che stiamo osservando nei nostri oratori della diocesi di Cagliari ci consegni anzitutto una domanda molto profonda: «Dove posso sentirmi a casa? Dove posso essere accolto per quello che sono?». Nei campi estivi, nei Grest, nelle attività ordinarie incontriamo ragazzi provenienti da situazioni familiari e sociali molto diverse. Talvolta incontriamo fragilità che non sono immediatamente visibili: solitudine, difficoltà relazionali, fatica delle famiglie, bisogno di essere ascoltati, ricerca di adulti significativi. Penso che questa realtà non debba spaventarci. Al contrario, può aiutarci a riscoprire qualcosa di profondamente evangelico dell’oratorio. Gesù crea continuamente luoghi nei quali le persone possono sentirsi accolte prima ancora di essere pienamente consapevoli del cammino da compiere. L’oratorio, allora, può essere proprio questo: una soglia, una casa dalle porte aperte, nella quale un ragazzo possa entrare anche senza possedere già un’appartenenza ecclesiale forte. La sfida per noi sarà forse quella di chiederci sempre meno soltanto quante attività riusciamo a fare e sempre più quali relazioni siamo capaci di generare. Perché l’identità di un giovane cresce anche attraverso qualcuno che gli dice, con la propria presenza: «Tu per noi sei importante».
Dal confronto è emerso che i giovani cercano soprattutto relazioni e possibilità di stare insieme: le esperienze di convivenza sono tra le più richieste e spesso, quando si coinvolge un gruppo di amici, è l’intero gruppo ad avvicinarsi all’oratorio. Questo cambiamento riguarda anche la nostra realtà? Come sta modificando il modo di progettare le proposte degli oratori?
Anche nel nostro territorio mi sembra evidente un cambiamento. Molti ragazzi non arrivano più all’oratorio anzitutto perché cercano «un’attività». Arrivano perché c’è un amico, perché c’è un gruppo, perché desiderano stare insieme. E questo, a mio avviso, non rappresenta necessariamente un impoverimento della proposta pastorale. Può essere invece un punto di partenza evangelico.
Anche Gesù ha costruito gran parte della sua esperienza con i discepoli condividendo la strada, la tavola, il tempo, la quotidianità. Prima ancora di molte parole c’è stato uno stare con loro.
Per questo credo che dovremo avere il coraggio di valorizzare maggiormente campi, convivenze, esperienze di servizio, pellegrinaggi, serate semplicemente trascorse insieme. Non tutto deve necessariamente avere subito la forma di un incontro strutturato. Questo modifica anche la progettazione pastorale. Significa forse passare da una pastorale che pensa prevalentemente “cosa fare per i giovani” a una pastorale che prova a domandarsi «cosa possiamo vivere con loro», la Parrocchia in questo deve fare la differenza. Inoltre, anche le Gmg, le ultime esperienze vissute con i due pellegrinaggi a Roma per l’Anno Giubilare sono stati un chiaro esempio di questa dinamica. E c’è un’altra suggestione che considero importante e che costantemente vedo prendere vita nei contesti dei nostri oratori: La fiducia nei giovani. Bisogna investire su questa strada con la formazione e l’accompagnamento spirituale. Dare sempre di più «Strumenti-Metodo e Stile» perché si possa coinvolgerli nella progettazione, affidare loro responsabilità, permettere che portino dentro l’oratorio i propri amici e anche le loro domande. Un giovane che si sente protagonista diventa spesso, quasi naturalmente, una porta attraverso la quale altri giovani possono incontrare la comunità ecclesiale di cui l’oratorio è una delle espressioni.
Lo sport continua ad attirare molti ragazzi, ma inserirlo pienamente nella missione educativa dell’oratorio rimane una sfida, anche per la carenza di operatori con competenze sia tecniche sia educative. Nella nostra diocesi, dove molte attività sportive sono legate agli oratori, quali opportunità esistono per rendere lo sport un autentico strumento educativo e pastorale?
Lo sport rappresenta certamente una grande opportunità per i nostri oratori. In diverse realtà della diocesi è uno degli spazi nei quali incontriamo con maggiore continuità bambini, adolescenti e famiglie, anche persone che forse difficilmente intercetteremmo attraverso i percorsi pastorali più consueti. Credo però che dobbiamo custodire una consapevolezza: non basta che un’attività sportiva si svolga negli ambienti della parrocchia perché diventi automaticamente un’esperienza educativa e pastorale. Allo stesso tempo, sarebbe un errore considerare lo sport semplicemente come qualcosa che serve ad attirare i ragazzi. Lo sport possiede già in sé una grande potenzialità educativa. Una partita, un allenamento, una squadra possono diventare luoghi nei quali si impara a rispettare l’altro, ad accettare una sconfitta, a rialzarsi, a riconoscere i propri limiti, a fare spazio a chi è meno capace, a vivere la lealtà e a comprendere che da soli non si vince. In tutto questo possiamo riconoscere qualcosa di profondamente evangelico. La questione decisiva, allora, credo sia soprattutto quella degli adulti. Abbiamo bisogno di allenatori e responsabili che, accanto alla competenza sportiva, maturino sempre più una sensibilità educativa. Non chiediamo necessariamente a ogni allenatore di essere già un educatore formato, ma possiamo aiutarlo a comprendere che, entrando in relazione con un ragazzo, diventa inevitabilmente anche una figura educativa. In questa direzione vedo come una possibilità importante anche la collaborazione con il Csi – Centro Sportivo Italiano, che possiede una lunga esperienza nell’accompagnare lo sport vissuto negli oratori e nelle comunità cristiane. Potrebbe aiutarci non soltanto sul piano organizzativo e sportivo, ma soprattutto nella formazione degli allenatori e degli educatori, perché lo sport sia sempre più inserito in un progetto educativo complessivo dell’oratorio. Accanto a questo, penso che meriti attenzione anche l’esperienza del progetto Avamposto, proprio nella prospettiva di raggiungere i ragazzi là dove vivono e si incontrano, facendo dello sport e delle relazioni uno spazio di prossimità educativa. È una suggestione interessante anche per quelle realtà nelle quali l’oratorio deve tornare ad avere il coraggio di uscire dai propri ambienti e abitare maggiormente il territorio. Csi e Avamposto possono quindi rappresentare, con modalità differenti, due opportunità da conoscere e mettere in dialogo con il percorso che stiamo costruendo attraverso il Tavolo diocesano degli oratori, senza pensare di applicare modelli già confezionati, ma verificando ciò che può essere realmente utile alle nostre comunità. C’è infine un’immagine che mi sembra possa esprimere bene ciò che desideriamo: in oratorio nessuno dovrebbe sentirsi «in panchina» nella vita. Anche chi è meno bravo, chi fa più fatica, chi arriva con una fragilità deve poter scoprire che c’è un posto per lui.
Forse è proprio questa una delle testimonianze più belle che lo sport può offrire dentro l’oratorio: far sperimentare a ogni ragazzo che il suo valore viene prima del risultato e che, nella squadra come nella comunità, nessuno è di troppo.
Tra i temi del Tavolo CEI c’è la necessaria transizione da un modello basato quasi totalmente sul volontariato all’introduzione di figure professionali retribuite, soprattutto nei servizi socio-educativi più strutturati. Anche nei nostri oratori emerge questa esigenza? Come accompagnare questo cambiamento, già diffuso in molti contesti, salvaguardando il valore del servizio volontario che caratterizza l’esperienza oratoriana?
Questo è probabilmente uno dei passaggi più delicati che abbiamo davanti. L’oratorio è nato e continua a vivere grazie a una straordinaria esperienza di gratuità. Penso ai catechisti, agli animatori, agli adulti, ai giovani che dedicano settimane delle proprie vacanze e del loro tempo ai ragazzi. È un patrimonio ecclesiale che dobbiamo custodire con grande riconoscenza. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che alcune situazioni sono diventate più complesse. Ci sono fragilità educative e familiari che richiedono competenze specifiche; ci sono servizi che chiedono continuità; ci sono responsabilità che non possiamo affidare semplicemente alla buona volontà. Non credo quindi che dobbiamo scegliere tra volontariato e professionalità. Dobbiamo piuttosto imparare a farli incontrare. Un educatore professionale, uno psicologo, un pedagogista non sostituiscono la comunità cristiana. Possono invece aiutarla a svolgere meglio il proprio compito educativo. E, nello stesso tempo, chi lavora professionalmente dentro un oratorio deve comprendere che entra in una storia e in una comunità che possiedono una precisa identità. Forse il futuro sarà sempre più quello di équipe educative nelle quali sacerdoti, giovani, volontari, famiglie e professionisti imparino a lavorare insieme. Anche su questo il Tavolo diocesano può svolgere un servizio importante: non offrire immediatamente un modello uguale per tutti, ma aiutare le parrocchie a discernere, mettere in rete competenze e accompagnare quelle realtà che desiderano compiere questo passaggio.
Quasi cinque anni da direttore e, più recentemente, l’esperienza del Tavolo di coordinamento, che mette in rete le diverse realtà degli oratori della diocesi: quale futuro per l’esperienza «antica e sempre nuova» dell’oratorio nella Chiesa di Cagliari?
In fondo, le quattro questioni mi sembra conducano tutte alla stessa domanda: che cosa vuole essere oggi l’oratorio nella nostra Chiesa di Cagliari? Il lavoro che stiamo portando avanti come Tavolo degli oratori ci sta aiutando a comprendere che probabilmente non possiamo limitarci a custodire un modello ricevuto dal passato. Dobbiamo custodirne il cuore, avendo però il coraggio di cercare forme nuove. E il cuore rimane profondamente semplice: accogliere, educare, accompagnare e annunciare. Vorrei che i nostri oratori diventassero sempre più luoghi nei quali un ragazzo, entrando, possa incontrare una comunità che non gli chieda anzitutto «da dove vieni?» o «quanto sei già vicino alla Chiesa?», ma sappia comunicargli: «C’è un posto anche per te».
È forse da questa esperienza molto concreta di appartenenza che può nascere anche la domanda più grande. Perché, prima ancora di parlare ai giovani di Dio, siamo chiamati a creare quelle condizioni nelle quali possano fare esperienza di un amore che accoglie, accompagna e non abbandona. E proprio lì, talvolta quasi senza accorgersene, può aprirsi per loro la strada dell’incontro con il Signore.
Leonardo Piras
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