
Caldo in superficie e a decine di metri di profondità: il Mediterraneo sta cambiando e anche le acque della Sardegna mostrano segnali sempre più evidenti di riscaldamento. Le conseguenze riguardano la biodiversità, la pesca e gli equilibri degli ecosistemi marini.
I dati del monitoraggio «Mare Caldo» di Greenpeace hanno rilevato la scorsa estate, nelle tre stazioni sarde dell’Asinara, di Tavolara-Punta Coda Cavallo e di Capo Carbonara, anomalie della temperatura superficiale fino a 3,5 gradi rispetto ai valori di riferimento. Il calore è penetrato fino a 30-40 metri di profondità, mettendo sotto pressione organismi sensibili come gorgonie e coralli.
Quest’anno il quadro rischia di peggiorare. Nelle acque di Villasimius sono stati superati i 30 gradi, mentre a Santa Gilla le alte temperature hanno già provocato perdite tra cozze e ostriche. Anche la raccolta delle vongole, che sembrano resistere meglio perché vivono infossate nella sabbia, può diventare più rischiosa per gli operatori a causa del caldo estremo.
Il riscaldamento favorisce inoltre lo spostamento e la diffusione di specie non tipiche delle acque sarde. È il fenomeno della meridionalizzazione, con organismi provenienti dalle zone più calde del Mediterraneo che si spostano verso nord, e della tropicalizzazione, legata all’arrivo di specie attraverso il Canale di Suez e lo stretto di Gibilterra.
Tra le presenze sempre più frequenti figurano vermocane, pesce pappagallo, pesce serra e pesce coniglio. Sono stati inoltre segnalati il pesce palla maculato, dotato di una potente tossina e quindi pericoloso se consumato, e il granchio blu nuotatore, avvistato recentemente nella laguna di Tortolì.
Nel Mediterraneo sono arrivate negli ultimi anni numerose specie aliene. Tra gli organismi potenzialmente pericolosi figurano anche la caravella portoghese, estremamente urticante, e il pesce balestra. Il cambiamento delle temperature può modificare anche la distribuzione di specie già presenti, favorendo avvistamenti sotto costa di squali, tonni e delfini.
A soffrire sono anche alghe e piante. Persino la posidonia oceanica, fondamentale per l’ecosistema marino, sta mostrando segnali di adattamento: da circa tredici anni vengono osservate con maggiore frequenza fioritura e produzione di frutti, una strategia riproduttiva che potrebbe aumentare le possibilità di sopravvivenza della specie in condizioni ambientali sempre più difficili.
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